RACCONTO FERROVIARIO
di Andrea Vitali

Giancarlo VitaliSi avvisano i signori viaggiatori che il treno locale proveniente da Sondrio e diretto a Milano Centrale è in ritardo di dieci minuti.
Ci scusiamo per il disagio.
Si avvisano altresì i signori viaggiatori che il presente resoconto contiene aspetti di verità e di invenzione. Dove sia l’una o l’altra delle due parti si lascia giudicare al viaggiatore che avrà così modo di occupare il tempo dell’attesa.

Il treno in ritardo non era mica una novità. L’attesa mi costò un paio di sigarette e l’aggancio del solito importuno che, l’arrivo del treno fosse stato come da tabellone, sarebbe rimasto sul marciapiede a guardare l’ultima carrozza sparire nella galleria. Mi tenne invece una, poco gradita, compagnia fino a Lecco, dove finalmente scese. Il treno si riempì di studenti universitari. Chissà quanto tra loro avevano da sostenere un esame quel giorno. Seduta davanti a me una studentessa ripeteva qualcosa fitto di numeri. Avvertii un noto spasmo alla cosiddetta bocca dello stomaco.
Avrei fatto cambio?
Bo’!
Mi distrasse il controleur.
Faccia nota, indigeno, simpatico. Lettore, anche di qualche mio libro. Chiacchierammo brevemente, scambiandoci poche notizie sulle mete dei rispettivi viaggi. Lui Monza, finiva il turno. Quando fu lì per riprendere la navigazione in mezzo alla marea umana feci per prendere il biglietto. Con un gesto della mano mi fece comprendere di lasciar perdere: non metteva in dubbio, e faceva bene, che l’avessi. Lo lasciai così nella tasca interna della giacca così come ce l’avevo messo prima di salire sul treno: cioè non timbrato poiché quella mattina, guarda un po’ che caso!, le macchinette obliteratrici erano fuori servizio.

Poco dopo la ripartenza da Monza stavo dormicchiando.
«Biglietti prego», mi svegliò.
Il controleur incombeva su di me. Non era più quello di prima. Serio piuttosto, impeccabile nella divisa, alieno da simpatie. Lettore magari, forse. Di libri d’altri però.
«Biglietto», ripeté.
«Già visto», risposi.
Bugia lieve, live aggiustamento dell’accaduto.
«D’accordo», fece lui, «Ciò non toglie che possa controllarlo a mia volta».
Un regolamento vivente.
«Se crede…», dissi.
Lo presi e glielo porsi. Lui sorrise. Una smorfia. Nessuna allegria. Anzi.
«Non è timbrato».
«Lo so», ammisi.
Ma la colpa non era mia se le macchinette non funzionavano e se il suo collega non aveva voluto…
Taci, mi dissi, delatore!
«Nemmeno mia», osservò lui.
Nessuna colpa gli poteva essere attribuita, spiegò, se le obliteratrici erano fuori servizio: tant’è che il regolamento prevedeva quel caso funesto.
«Rivolgersi al capotreno una volta saliti per l’annullamento amanuense del tagliando di viaggio».
Tutto ciò affinché nessuno pensi di poter fare il furbo e utilizzare all’infinito un biglietto valido per una sola corsa.
Cosa potevo rispondere?
Lui aveva già il blocchetto delle multe in mano. Milano era alle porte. Alcuni passeggeri mi guardavano con un certo disprezzo.
Non solo l’amicizia, anche scrivere libri aveva i suoi svantaggi.

 

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