2di Giorgio Terruzzi
ICON PANORAMA

Il pittore Velasco Vitali mette in mostra le opere del padre, Giancarlo. E lo racconta a Icon in un viaggio psico-artistico.

«Il quadro che chiude la mostra è una tavola. La usavo come sostegno per le mie tele e la utilizzai per dipingere il ritratto di mio padre. Il supporto della pittura per ritrarre un pittore. Tempo dopo, sul retro di quella stessa tavola, dipinsi il mio autoritratto. Credo sia una sintesi del dialogo che esiste tra me e lui e, al tempo stesso, un indizio possibile per chi guarda». Un indizio, altroché.
Velasco Vitali ha l’espressione di chi attraversa una tensione da sala parto. Amore e dolore come passaggio necessario. È lui a curare la grande mostra antologica che si inaugura a Palazzo Reale di Milano il 5 luglio. Protagonista: Giancarlo Vitali, grande pittore lombardo, finalmente raccontato davvero e nel profondo. Il titolo Time Out indica gioco fermo, una sospensione per immaginare, accogliere e rivedere un tempo di lavoro lungo 70 anni. Con tre mostre dislocate attorno all’antologica (i fossili al Museo di Storia Naturale, le incisioni nella Sala Viscontea del Castello Sforzesco; la malattia a Casa Manzoni). Sì, ma qui, come da indizio, appunto, abbiamo a disposizione un viaggio sovrapposto, più complesso. Una storia multistrato, densa. Giancarlo è del 1929 (29 novembre); Velasco è del 1960 (25 agosto). Non sono semplicemente padre e figlio. Sono entrambi artisti affermati, lontani all’apparenza, alla vista delle opere; vicinissimi nelle connessioni occulte. Nodi e scivoli di una convivenza naturale e doppia che diventano un ulteriore strumento di lettura nel momento in cui è Velasco a curare la messa in mostra delle opere del padre.
«So perché lo faccio. Questa scelta mi permette di dare uno sguardo alla vicenda di mio padre, di riflettere osservando la pittura come un aspetto semplice. Cosa vedo? Una sincera dedizione al proprio mestiere. Un bisogno urgente e onesto di esprimersi», spiega Velasco. «Non mi permetto di entrare nei contenuti, cerco di non farlo mai. Le reazioni primarie contano di più. Quelle connesse al contesto dentro il quale si è mosso mio padre, ad esempio. La sua relazione con mia madre. Quindi il rapporto uomo-donna. Ci sono due ritratti in apertura e questo modulo si ripete. Un uomo e una donna che sembrano marito e moglie ma poi non lo sono più o possono non esserlo. Determinano quasi un gioco virtuale che ha a che fare con la commedia umana. Del resto, la storia a temi di Giancarlo è una storia famigliare. Non si è mai mosso da casa, dal suo studio di Bellano. Il suo canale ottico è definito, è quello. E la sua visione del mondo è sempre stata mediata da uno sguardo che comprende ciò che gli sta attorno».
Giancarlo Vitali fuma le sue provvidenziali, sacrosante sigarette, tace, procede per 1.jpgcombustione interna. Un grande vecchio, oh sì. Testimone e custode di un mondo in via di esunzione che affascina intellettuali e pescatori del lago: scrittori e bevitori fìssi in trattoria. Quadri come guizzi arguti dell’anima, del talento. Senza muoversi, ha composto un universo fatto di comparse curiose, spaccati di una quotidianità raccolta. Ritratti e oggetti che a prima vista esaltano il colore, l’ironia, una quiete da provincia. In realtà sono radiografie magnifiche e feroci. Il punto di vista, quell’unica finestra di Bellano, è un raggio laser che attraversa e rilancia con una potenza di rara intensità. Velasco, al contrario, si è mosso e si muove in continuazione. Le sue forme d’arte sono connesse a una evoluzione rapida del linguaggio, sono moderne, potenti, persino sconcertanti. Talento manifesto, anche qui, un artista affermato, ambito. Giancarlo sembra attingere da pancia e cuore. Velasco soprattutto dalla testa. Razionalità a disposizione di una abililà tecnica impressionante. Eppure, piccoli uomini impacciati, donnine pericolanti, preti rinsecchiti da una parte; un’umanità compressa e inghiottita da città fantasma simili a isole perdute dall’altra. La solitudine come condizione umana inevitabile, la contraddizione esistenziale evocata secondo sistemi di segni propri e originali. Qualcosa che raccoglie padre e figlio in un’affinità palese anche se tutt’altro che esposta: «Non ho frequentato l’Accademia. Ho frequentato lo studio di mio padre. Osservavo e pensavo che quelli fossero i contenuti da adottare. Ma non c’è niente di più sbagliato. Esempio: se Giancarlo dipingeva un pollo perché aveva fame, pensavo che pure io dovevo dipingere un pollo. Il risultato è sempre una doccia fredda, è un’azione sterile, banale. Non permette nemmeno di declinare il talento», dice. «La domanda, invece è un’altra: io cosa voglio? Osservavo i quadri fiamminghi, una pittura esalta… La linea d’orizzonte del lago che taglia in due il paesaggio, il disegno delle montagne riflesso nell’acqua… Indizi per un tracciato personale. Mio padre prende i pennelli e dipinge. Nel mio caso l’intenzione nasce prima del quadro. Ma dentro la diversità nel fare arte c’è qualcosa che è stato trasmesso. La pittura come gesto antico, compresi alcuni aspetti enigmatici preziosi. Giancarlo prende un rischio più grande perché ha a che fare con la realtà e non vuole altro. Ma la pittura, che è ciò che più mi interessa in un artista, permette di essere se stessi indipendentemente dal mezzo utilizzato. Credo che questo appartenga alla mia educazione, a ciò che ho visto e vedo ancora. Il desiderio di ritrarre sinceramente il mondo, una vita, senza forzatine».
La prima sala della mostra antologica è colma di libri. Immagini e testi stil lavoro di Giancarlo Vitali per consentire una libera consultazione prima di iniziare il percorso espositivo. E una bellissima idea. Accompagnata da un suggerimento che ci permettiamo di esprimere qui: osservare i quadri, di Giancarlo Vitali ma anche Velasco, diventa un esercizio colmo di suggestioni. È una chiave utile per comprendere i fili meno evidenti di una relazione umana e artistica decisiva per la composizione della mostra stessa. Pittura come atteggiamento mentale, come ripete spesso Velasco. «L’arte che racconta il dubbio». Due uomini alle prese con una attitudine molto simile, persino condivisa. Dunque, un legame e una tensione misteriosa, i cui anfratti riguardano qualcosa di intimo e delicato, inducono al rispetto, all’astensione. Nel momento di porre una domanda come nella disposizione a dare risposte. Velasco, per occuparsi così deliberatamente del lavoro di suo padre, ha quasi smesso di dipingere. Forse perché questa mostra significa alfabetizzare anche la propria vita. Che è quella di un uomo cresciuto al fianco del proprio padre e, nel contempo, di un artista in contatto costante con un artista. Velasco dipinge ovunque. Ma torna a Bellano, lavora a Bellano, nella stessa casa dove vive e lavora Giancarlo, da sempre. Questo abbiamo: una connessione psicologica assai più articolata di ogni risultanza pratica. Con un atto d’amore, come detto, che comporta una fatica e qualcosa che somiglia a un desiderio di pacificazione: «Sentivo il bisogno di chiudere un conto. La mostra di Milano, che succede a una mostra più ridotta organizzata a Lucca, mi ha permesso un approccio diverso. Con qualche disagio e qualche divertimento. Quadri che vedo da anni, appesi in casa, di fronte ai quali serve cambiare occhio perché, da immagini consuete, diventano opere significanti per un momento storico particolare. Poi, soprattutto la mostra al Castello, mi ha permesso di giocare di più. La stampa d’arte è frutto di un atteggiamento mentale meraviglioso, è una messa in scena di un linguaggio più appartato e segreto, quello dell incisione». Il conto da chiudere, per Velasco, ha significato scegliere, pur nell’agio di una grande mostra antologica: «In fin dei conti questa è la prima granile mostra pubblica di Giancarlo. E in qualche modo ho dovuto epurare i capitoli superflui. Accade sempre così. Ci sono pittori che hanno dipinto tremila quadri e non è mai possibile esporli lutti, contemporaneamente. Quindi, mi sono detto: decido io. Con l’intenzione di offrire maggior chiarezza al percorso artistico di mio padre». 11 quale si sottopone al giudizio del figlio, lo accoglie come un presupposto implicito che determina una serie di scelte. Opere da includere o da escludere, secondo il criterio critico di un curatore provvisto di una competenza anomala. Ecco, siamo di nuovo alla tavola con il doppio dipinto che chiude la mostra. Due ritratti abbinati eppure contrapposti. L’oro sta nell’ombra, nelle intermittenze che legano due grandi artisti. Velasco percorre un ambito di rispetto ma anche una traccia emotiva sensibilissima. Slanci e contrazioni. Emulazione e competizione. L’ammirazione dell’allievo e un’emancipazione raggiunta, dichiarata. Viene da domandare se e in che termini potrebbe accadere il contrario, quali criteri critici, quale giudizio potrebbe esprimere Giancarlo Vitali sull’artista Velasco: «Posso dire come mi comporto con i miei figli: li interrogo, domando, cerco il confronto per ricevere stimoli. Per subire ciò che attraversa la loro generazione. Mio padre non ha mai visto il mio studio di Milano. Anche se nella sua vita ha giudicato e condizionato altri artisti, credo non dirà nulla in questo caso». Velasco sta completando il suo viaggio. Le tappe comportano una compagnia e una solitudine, prevedono una destinazione certa: «Non penso troppo al giorno dell’apertura della mostra, il 5 luglio. Penso al giorno 6. Al momento in cui tornerò nel mio studio e avrò di fronte le tele bianche; la luce stesa nell’aria, la lucentezza dei colori». Lo dice mentre gli scappa un sorriso che fa tenerezza. Ma certo: un ritorno nel suo porlo, finalmente liberato.

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