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Tanto suo padre era comunista. Aveva larghe vedute. L’aveva sempre detto, in casa e in pubblico, quand’era al bar o all’osteria. Non a caso era uno dei fondatori (si dice così?) della sezione del partito.
Talmente comunista che volevano darla a lui la tessera numero uno della sezione.
Talmente comunista che aveva risposto di non volerla. Lui si sentiva, era uno dei tanti, uno del popolo. Un comunista con la testa sulle spalle. Leggeva, pensava, gli piaceva ragionare sulle cose. Mica dare ordini così a casaccio, “armiamoci e partite”. Ogni cosa aveva la sua spiegazione. Ogni buon comunista, come lui, ci ragionava sopra e poi capiva. E poi spiegava a chi non aveva ancora capito.
“Ascoltare!”, diceva.
Bisognava ascoltare, perché chiunque aveva le sue buone ragioni per fare una cosa. E se la cosa che faceva risultava poi sbagliata, bisognava spiegargli il perché e il percome. Mica fare come quelli che volevano aver ragione a tutti i costi, e se non c’era mezzo di convincere uno, giù botte.
Suo padre era così comunista che non le aveva mai dato una sberla a differenza di certe sue compagne di classe, adesso sue compagne di lavoro, che le pigliavano per ogni cazzata, anche uno sguardo sbagliato.
Suo padre le diceva “Ne parliamo”, poi alla fine le dimostrava che aveva ragione lui. E c’era una bella differenza tra l’avere ragione a sberle e averla invece a parole.
Suo padre era comunista e capiva tutto e se non capiva subito capiva dopo.
Ecco, l’unico problema semmai era quello lì, quel tempo che andava dal subito al dopo, il tempo che suo padre impiegava per arrivare a capire una cosa che non gli risultava chiara immediatamente.
Come adesso, per esempio, che ormai era ora di andare a dirgli che era incinta e che il papà del bambino era uno sposato.
Il problema era lì, era il papà che era comunista.
Sulla mamma non poteva fare conto, democristiana sin da quando aveva conquistato il diritto di voto.

Andrea Vitali

 

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