di Antoniolo Gnoli
LA REPUBBLICA

141203235-a20d82d4-b948-46bc-96ce-eb8f630073f4.jpgLo scrittore da adolescente voleva diventare giornalista ma suo padre lo spinse a laurearsi in medicina. Ha sempre vissuto nel suo paese natale e nel 2014 ha lasciato la professione medica per dedicarsi solo alla letteratura: “Nelle mie storie racconto sempre lo stesso paesaggio di provincia perché il mio universo è tutto qui, in questo braccio di terra e di acqua. Lo amo e lo posso narrare perché lo conosco. Ne so gli umori, i respiri, la forza e la caducità”.

Se esistesse probabilmente mi iscriverei al fan club di Andrea Vitali. Mi capita di fare il tifo per i suoi libri. Li ho letti quasi sempre con gioia, anche quest’ultimo – Bello, elegante e con la fede al dito (edito da Garzanti) – magari un filo più esile rispetto ai primi, ma sempre dotato di una grazia che diverte e appassiona. Non so quale sia il segreto: forse Bellano, il paesello sul lago di Como, dove vive e che ha eretto a set permanente delle sue storie; forse la scrittura semplice e accattivante; forse i personaggi che sembrano usciti da un piccolo mondo antico. O forse la somma di tutti questi fattori. Non lo so. Sta di fatto che Andrea Vitali è un raro caso di narratore che mette d’accordo pubblico e critica: “Sono uno scrittore da intrattenimento, non mi vergogno di dirlo. Amo il mio pubblico e rispetto la critica anche quando, per fortuna in rare occasioni, è stata dura con il sottoscritto”.

Stento a crederlo.
“Beh accade, soprattutto con alcuni che mi hanno accusato di essere uno scrittore seriale”.

Lo sei?
” Ho scritto molto. Scrivere è come l’aria, senza starei male. Ma non c’è serialità. Ci sono storie diverse tra loro”.

Ho letto che hai realizzato la bellezza di quarantacinque romanzi.
“È un’esagerazione, ne ho scritti venticinque o ventisei. Poi ho diversi tentativi nel cassetto. Mi considero un artigiano”.

In che ore del giorno scrivi?
“Di solito la mattina. È un atto del quale difficilmente mi priverei. Perfino stamane prima di venire al nostro appuntamento ho scritto tre righe”.

Tre righe?
“Ti sorprende? Tre righe in cui descrivo una suora davanti alla porta di una stanza d’ospedale. Non sa se bussare o entrare. È lì, incerta”.

È la scena del tuo prossimo romanzo?
“No, il mio prossimo uscirà in primavera ed è già pronto. Questo vedrà la luce l’anno a seguire”.

Non sarai seriale, ma produci in quantità industriale.
“Te l’ho detto, non posso farne a meno. Tu sai che in origine sono un medico”.

È scritto in tutti i risvolti. Sei il medico condotto di Bellano.
“Adesso non più. Da qualche anno ho abbandonato la professione. La decisione è stata dura. Dopo un quarto di secolo non era facile mollare”.

Beh, lo hai fatto.
“Sì, ma in pratica mi sono messo contro l’intera famiglia. Ero al punto in cui non sapevo più bene se fossi uno scrittore o un medico. Perciò dovevo decidere”.

Cosa ti ha spinto a scegliere i libri?
“La professione di medico era diventata una costrizione. Negli ultimi tempi era venuta meno la serenità. Per tutta la vita ho cercato di stare alla larga dai tormenti poi, quasi impercettibilmente, ci sono finito dentro. Ho riconosciuto la stessa reazione di sofferenza che provai a diciassette anni quando scomparve mia madre”.

La stessa reazione in che senso?
“Ho rivissuto il dramma di allora nei drammi altrui che come medico affrontavo. In molti piccoli paesi, soprattutto in passato, l’assistenza ai malati gravi e perfino a quelli terminali, era affidata ai medidi ci di base. Non c’era l’organizzazione necessaria o l’accoglienza adeguata. Tutto gravava sulle loro spalle o su quelle dei parenti. Ti faccio un esempio: per avere la morfina, indispensabile per attutire il dolore del malato, bisognava compilare un ricettario ministeriale complicatissimo. Dove se sbagliavi potevi perfino incorrere nelle sanzioni penali”.

E hai detto basta.
“Alla fine avevo solo degli incubi ricorrenti. Il colpo decisivo fu vedere morire un quarantenne che ho assistito. Ho capito che il serbatoio delle emozioni era saturo. Non avevo più la serenità necessaria per portare avanti il mio lavoro”.

La malattia ti spaventa?
“Mi disorienta e mi fa disperare l’idea che possa diventare una strada senza ritorno”.

I tuoi paesani percepivano questo stato d’animo?
“No, o meglio non lo so. Per loro non ero neanche il ‘dottor Vitali’, ma semplicemente ‘l’Andrea’. È quel senso di familiarità che ho sempre amato e che mi ha legato a questi luoghi”.

Sei nato qui?
“Sì, Bellano era un paese di seimila abitanti, oggi dimezzato. Meno nascite, meno sogni, meno radici. L’urbanistica si è contratta, i negozi un tempo numerosi sono stati decimati. Il paesaggio si è impoverito, ciò che un tempo è esistito, per me è diventato paesaggio della memoria”.

Hai una visione molto inattuale delle cose del mondo.
“È la stessa che cerco di trasmettere alle mie storie”.

È il tuo piccolo mondo antico?
“Ne subisco il fascino. Il piccolo (o grande) mondo moderno non fa per me. Forse è anche una questione di età, di anni che passano”.

Ti sei perciò rifugiato nella scrittura?
“Non è un rifugio; è semmai una casa dove abito comodamente. Non c’è mai il buio dopo l’ultima riga”.

Mi chiedo cosa saresti stato se invece della scrittura ti fossi innamorato della pittura.
“Mi è capitato di pensarlo. Forse sarei diventato uno di quei pittori che la domenica mattina espongono i loro acquerelli lungo le rive del lago. Sì, penso proprio che sarei stato un bel fallito. Mi è andata bene”.

Hai mai provato a scrivere cose diverse da quelle che di solito regali ai tuoi lettori?
“Sono uscito dal mio mondo e ho scritto pagine che conservo”.

Non ti fidi di pubblicarle?
“La scrittura mi dice: puoi permetterti di usarmi ben oltre le storie che racconti e che hanno come protagonisti il maresciallo o il prevosto. E io rispondo che la tentazione c’è e le ho dato perfino una forma. Sono due risme di carta finite in un cassetto”.

Ripeto, perché non le pubblichi?
“Ti sembrerà strano, mi dispiacerebbe tradire i miei lettori. Chi acquista un mio libro deve sapere cosa compera”.

C’è un patto non scritto?
“È un legame forte con chi ti legge”.

Non la fai un po’ troppo moralistica?
“Non credo, è solo una questione di lealtà e rispetto”.

Quando hai sentito il bisogno di derogare dal tuo mondo?
“Mi è accaduto una notte, tornando da una presentazione. Mi fermo a un autogrill deserto. Parcheggio ma, senza rendermene conto, occupo con l’auto una parte dello spazio riservato agli handicappati. Bevo un caffè, vado alla toilette, torno, faccio per salire in macchina e un poliziotto mi chiede i documenti. Mostro la carta d’identità. Ma è scaduta. È a quel punto che ho pensato di scrivere una storia completamente diversa”.

Cosa è scattato in te?
“C’era qualcosa di surreale e minaccioso nella scena e ho cercato di immaginare il resto. Il romanzo si intitola: Documenti prego. Vengo trascinato davanti a un giudice che deve valutare l’accaduto. Il romanzo si basa sul senso di colpa di un protagonista che non ha colpe e si trova, senza volerlo, dentro a un incubo giudiziario”.

Sembra Kafka?
“È un modello inarrivabile”.

Che effetti ha avuto sulla tua scrittura?
“È diventata molto più asciutta, succinta, a tratti frenetica. E poi ci sono poche descrizioni”.

Ti piace?
“Di tanto in tanto lo rileggo e lo correggo. Non lo trovo male. Ma, ripeto, è un mondo diverso da quello che di solito racconto”.

Non ne senti mai la saturazione?
“A volte sì; per questo salto dagli anni Trenta agli anni Sessanta. Poi torno indietro. È una cura disintossicante”.

Come nasce una tua storia?
“Le fonti sono diverse. Ogni tanto vado negli archivi comunali per capire le burocrazie che una certa epoca ha messo in atto. Per esempio mi sono imbattuto in un regolamento degli anni Venti sulla monta taurina. Talmente severo da sembrare scritto da un sadico. Il che mi ha ricordato un altro regolamento degli anni Quaranta sulla guerra alle mosche. Il documento ufficiale sosteneva che per combattere le mosche l’arsenico era nettamente preferibile al Ddt”.

Sono gli spunti da cui si dipanano le tue avventure?
“Sì, come quest’altro che mi ha raccontato la nostra domestica che è praticamente una di famiglia. Nel cimitero del suo paesello c’è una lapide dei primi del Novecento su cui sta scritto: “Si amarono in vita si ritrovarono dopo la morte”. Erano due donne. E ho pensato questo sì che è un promettente inizio”.

Hai fatto ricerche?
“Sono andato sul posto, ho visitato il cimitero e visto quella lapide ormai sbiadita. Il romanzo si intitolerà: Nome d’arte Doris Brilli, lei è una soubrette che si innamora di una donna di paese. E nasce tra loro una storia importante”.

Nei tuoi romanzi le donne hanno una forza che sembra assente negli uomini.
“Sono stato abituato alla cultura del matriarcato”.

In che senso?
“Le donne sono state decisive nella mia vita. Quando mio padre restò vedovo le sue tre sorelle si assunsero il compito di sostituire la figura materna. Non so come ce la saremmo cavata senza di loro. Certi valori tradizionali provengono dall’esempio di queste tre zitelle”.

Tuo padre di cosa si occupava?
“Era un impiegato comunale. Conobbe mia madre che era avventizia – oggi diremmo precaria – nello stesso ufficio. Si sono sposati e hanno messo al mondo sei figli. Sono il primo”.

Che modello è stato tuo padre?
“Di sobrietà, direi. La sua vita come i miei romanzi è fatta di capitoli brevi e precisi. Parlava poco. Raramente gli accadeva di raccontare di sé, delle sue avventure. Una volta lo fece e quella storia fu il pretesto per il mio primo romanzo: Il procuratore“.

Dei tuoi romanzi colpiscono i nomi dei personaggi. Dove li prendi? A volte sospetto che li peschi nei cimiteri.
“Generalmente li prendo dal calendario di Frate Indovino, una bibbia popolare meravigliosa. Leggo i nomi ed è come se vedessi nascere i personaggi”.

I tuoi personaggi maschili hanno molte debolezze e difetti. Tu cosa ti rimproveri?
“Il mio peggior difetto è di essere permaloso. Cerco di emendarmi, ma poi scatta. Anche in famiglia, quando magari leggo una pagina appena scritta a mia moglie e a mio figlio, devono stare attenti a pronunciare certi giudizi”.

Sei mai insoddisfatto del tuo lavoro?
“Raramente, la cosa che mi consola è sapere di avere sempre qualcosa da scrivere”.

Ti hanno paragonato spesso a Piero Chiara.
“Scrittore che amo ma col quale ho in comune solo la vicinanza del lago. Ha un filino di perfidia che a me non interessa. E poi lo vedi, anche nelle foto: severo, compunto, le stanghette d’oro degli occhiali. Sembra un preside. No, se devo proprio somigliare a qualcuno allora penso a Guareschi. Mi è più affine”.

Frequenti altri scrittori?
“No, è probabile che dipenda dalla mia pigrizia o anche dal fatto che avendo successo sono guardato con sospetto. Ora che mi ci fai pensare, circa un anno fa andai a trovare Andrea Camilleri. Per mezz’ora non riuscii a mettere insieme una frase di senso compiuto. A parte la bravura mi piace come persona”.

Chi sono gli scrittori che ami leggere?
“Amo molto i classici greci e latini e quegli scrittori contemporanei che sono molto distanti da me. Sto rileggendo tutto Thomas Bernhard. Lontanissimo da me, ma per questo affascinante. Racconta benissimo quello che non ama”.

E tu al contrario…
“Il mio mondo è tutto qui, in questo braccio di terra e di acqua. Lo amo e lo posso narrare perché lo conosco. Ne so gli umori, i respiri, la forza e la caducità. A volte mi dicono: non ti stanchi dello stesso paesaggio? Ma è tutto quello che ho avuto in sorte e mi basta. Perché l’universo abita nei dettagli, nelle piccole cose. Nelle radici che noi siamo, nei volti e nei pensieri delle persone, nelle loro miserie e nei loro slanci. Non ho dubbi”.

Non avverti mai la povertà di questo mondo?
“Al contrario, è una ricchezza che si rinnova. Un giorno mi telefonò un’infermiera che leggeva i miei libri e mi chiese se poteva venire a trovarmi con qualche ragazzo che voleva conoscere i luoghi dei miei romanzi. Pensavo che arrivassero in due o tre. Si presentò un pullman con una cinquantina di giovani. Appartenevano a una comunità psichiatrica. Fu un’esperienza straordinaria. Ho chiesto se potevo fare qualcosa per loro. Da qualche anno abbiamo messo in piedi una compagnia teatrale. Facciamo spettacoli, recite e musica. È un rito terreno, come tanti altri. Ma ha la peculiarità di appartenere a questo piccolo mondo che teniamo desto con l’immaginazione e la memoria. Così, all’improvviso tutto mi diventa chiaro: non sono soltanto lo scrittore che voglio essere, ma un uomo che mette in scena la vita”.

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