di Angelo Crespi
IL GIORNALE

La mostra milanese. Una bella antologica dedicata al nostro più grande pittore figurativo vivente

2017.08.01 Il Giornale.jpgSe fosse nato solo qualche chilometro più a nord, giusto qualche chilometro più a nord, giusto oltre il confine svizzero che da Bellano (sponda orientale del lago di Como) dista poco, la fama lo precederebbe e anche le quotazioni nelle aste avrebbero esiti diversi. Sarebbe David Hockney o Lopez Garda, e non semplicemente Giancarlo Vitali, classe 1929, il più importante pittore italiano vivente. Provinciali all’eccesso, nell’adesione alla modernità, abbiamo buttato via un secolo di grande arte nel nome delle mode e dell’ideologia. Basterebbe recarsi a Palazzo Reale a Milano, dove si confrontano fianco a fianco il campione del concettualismo, Vincenzo Agnetti (1926-1981), e appunto, in una esposizione epocale, il suo quasi coetaneo Giancarlo Vitali – Time out, fino al 24 settembre – per comprendere chi dei due è più contemporaneo, come appaiono spesso fané le trovate del primo rispetto alla solida pittura del secondo. Inciso: non pensiamo che Vitali si rammarichi di non aver avuto ancora quel successo che merita, lo si vede da come ha insistito a dipingere tutta la vita, in un corpo a corpo con la realtà, fregandosene del resto con la testardaggine di arrivare sempre un poco più vicini a quello che si intendeva dire o raffigurare.

Fa sorridere che mentre i curator nostrani gironzolino nelle fiere e si occupino di mercato, evitando gli studi degli artisti, per la mostra di Vitali, curata con amore dal figlio Velasco (anch’egli artista sopraffino), si debba scomodare Giovanni Testori come ultimo vero garante della pittura italiana. Ci manca Testori, perché Vitali è ancora sul pezzo e come lui altri artisti di generazioni più recenti non hanno mai smesso di credere nella tradizione. Dunque l’omaggio a Vitali che da Palazzo Reale transita alla Casa del Manzoni (la sezione allestita dal regista Peter Greenway), tracima al Museo di Storia Naturale e al Castello Sforzesco, è un trionfo di tele e disegni e di vera pittura che dalla nuova oggettività, per la graffiarne ironia ma sempre piena di pietas, spazia fino alla tradizione lombarda, e via via in un confronto con i grandi del Novecento (De Chirico, Carra, Sironi, De Pisis) si sublima in uno stile assolutamente personale, internazionale sebbene così radicato. «Passavano i quadri uno dietro l’altro – scriveva Testori nel 1984 – una dietro l’altra, passavano le meraviglie; trofei d’ortensie e di rose; poi, la serie, memorabile, dei ritratti; gente di lì, della riva, o dell’immediato retroterra, ma che la suprema, sconfinata bellezza e atemporalità della pittura, induceva a volare verso chissà quali luoghi e destini». Una sorta di personale epopea popolare e religiosa in cui le visioni quotidiane (i fiori, le frutta, perfino gli animali macellati alla Soutine, le tavole imbandite, i cibi più umili, la banda del paese, la processione, i paesaggi fuori dalla finestra) diventano espressione dell’essere che le sostiene. E per cogliere l’essere delle cose basta la frenesia delle pennellate alla Vitali, non servono installazioni concettuose.

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