di Andrea Vitali

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Adone Garbin, un mestrino che visse parte della sua vita in paese gestendo il ristorante-albergo “Vistalago”, era uomo brillante. Gaudente e assolutamente incurante del futuro finì come gran parte di coloro che non si preoccupano degli sgambetti che la vita a volte nasconde tra le sue pieghe. Sparì, infatti, dalla sera alla mattina lasciando ad altro proprietario, serioso e assai poco simpatico, il suo albergo e qualche debituccio che aspetta ancora e vanamente di essere appianato. Durante la sua gestione però il Vistalago fu luogo di divertimento, e a volte di perdizione, per gran parte della gioventù del luogo, laddove si deve intendere per gioventù qualunque fascia di età che non volesse dar credito all’anagrafe. Memorabili feste organizzate dal Garbin vivono ancora nel ricordo di chi vi partecipò come, tra le altre, un veglione di fine anno con la partecipazione del Quartetto Cera che ingannò più d’uno con l’evidente qui pro quo annunciato dal manifesto. Nemmeno san Valentino scampò alla furia organizzatrice del Nostro che, impiegando non poca fantasia, ideò una festa che annunciò con il titolo “Per san Valentino…chi vuole intendere intenda”.
La ragionevole quota di iscrizione permise a molti di partecipare all’evento che ebbe il suo momento culminante in una sorta di tribuna libera per chi voleva dichiararsi a qualcuno tra i presenti, superando imbarazzi e vergogne grazie al clima di allegria che si era andato creando. Dopo i primi, timidi tentativi che ebbero il merito di rompere il ghiaccio, il gioco prese la mano ai più e non si può escludere che quelle dichiarazioni d’amore, fintamente scherzose, furono alla base di matrimoni di cui oggi si vedono gli effetti in termini di ripopolamento del pianeta. Tuttavia, ciò che più di ogni altro fatto permane nella memoria collettiva è la rissa che concluse la serata, a seguito di una libera dichiarazione fatta da un tale e apertamente dedicata a uno dei presenti in sala, sul nome del quale lasciò l’anonimato. Per rendere la cosa più gustosa l’oratore, che evidentemente godeva di una più che buona cultura classica, dichiarò che avrebbe lanciato il messaggio in poesia e citando un classico di quelli da lui più amati, cioè Catullo. Quindi recitò: “Gallo ha due fratelli: con una moglie adorabile il primo, con un amore di figliolo l’altro. Gallo è un uomo tenero: intreccia il loro dolce amore e quel ragazzo tenero la donna tenera si gode. Gallo è un uomo sciocco: non ricorda più d’aver moglie e a suo nipote insegna come cornificar lo zio”.
Ai più quelle parole sembrarono un enigma, un gioco nel gioco per rendere più interessante la serata. Non c’era nessuno in sala che si chiamasse Gallo, nemmeno per soprannome. Tuttavia a un certo punto un tale si mosse con fare minaccioso verso l’oratore. Aveva due fratelli, si sussurrò in sala, entrambi sposati e uno dei due con prole, un giovanottino imberbe e a modo per giudizio unanime.
Possibile che la poesiola si riferisse a lui?
E se non era così, perché, dopo aver marciato verso il fine dicitore, adesso lo prendeva a sberle?
Ma soprattutto qual era infine lo zio che si portava in giro il cervide trofeo?
Sulle prime, e dopo la rissa che coinvolse, schierati su fronti opposti, gli amici dell’uno e quelli dell’altro, sembrò che il cornificato fosse il marito dell’adorabile moglie e che il fratello avesse agito per salvaguardare la dignità della famiglia. Più tardi però, anni dopo in verità, lo stesso cosiddetto Gallo divorziò, primo fra tutti a godere i benefici della recentissima legge sulle separazioni. Per cui sussiste a tutt’oggi il dubbio che potesse essere il picchiatore di quella lontana sera il bersaglio della strofetta, vendicatore di se stesso insomma, che attese un ragionevole tempo per non alimentare chiacchiere e liberarsi così della fedifraga consorte.
Ma allora che ruolo ebbe il poetico accusatore, che parte, quali danni subì, oltre ai cazzotti?
Era direttamente interessato nell’intrigo? E se sì, come?
Dubbi come ciliegie dopo quel divorzio, dubbi che restano tali tuttora.
L’unico che forse potrebbe scioglierli, cioè il Garbin, chissà dov’è, chissà che fine ha fatto.

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