di Peter Greenaway
(traduzione di Margherita Loy)
IL CORRIERE DELLA SERA | LA LETTURA

2017.07.02 LaLettura_Manzoni.jpgAndai a vedere i quadri di Giancarlo Vitali nello studio di suo figlio a Milano, con Velasco che faceva commenti, osservazioni e considerazioni. Mi parlò di suo padre con affetto, sorridendo. Disse che i suoi dipinti erano figurativi e «fuori moda». Sembravano indifferenti agli stili della pittura contemporanea, ai loro tropi, ossessioni, fascinazioni, dogmi, sensibilità. Fui colpito dal fatto che Giancarlo Vitali non sembrasse interessato alla propria celebrazione e nutrisse poco interesse per l’esposizione milanese dei suoi lavori. Era proprio così? Scoprii che aveva praticamente smesso di dipingere, che non voleva più ricominciare, che aveva più di 80 anni e che viveva ancora sulle rive del lago di Como. Sono sempre stato incuriosito dagli artisti che, si dice, hanno rinunciato a tutto ciò che li aveva profondamente appagati per tutta la loro vita e che, dopo l’insolita decisione di smettere, hanno continuato a vivere molti anni senza più praticare la propria arte — direi che Velàzquez, Shakespeare e Duchamp appartengono a questa categoria.

I quadri di Giancarlo mi colpirono. Erano tetri, melanconici, claustrofobia, tristi, dolenti. Inoltre erano dipinti in modo veloce e vivace, l’artista padroneggiava la pittura con talento e naturalezza. Mi piacevano i colpi di pennello e la pittoricità, il gocciolamento e gli schizzi, i graffi e le macchie. La vischiosità della pittura. I quadri erano anche umili. Rappresentavano soggetti umili: attrezzi da artigiani – oggetti di uso quotidiano, non tenuti per bellezza -, pesci in padella, tovaglioli, funghi da cucinare, avanzi di frutti da non sprecare, scheletrici polli spellati pronti per essere gustati nel brodo della sera, vestiti dozzinali lavati e rilavati. C’erano poi quelle nonne schive, sedute in silenzio in un angolo della cucina. Erano anche affettuosamente critici, quietamente ironici, delicatamente satirici. Mettevo insieme tutte le informazioni che mi giungevano e poi finalmente capii. Ero catturato.

Cercammo a Milano un posto che potesse ospitare la mostra. Mi sentii demotivato e insoddisfatto finché non entrammo nella Casa del Manzoni. Una dimora con gli architravi delle porte consunte, una luce fioca, con una cupa carta da parati, i parquet logori, gli specchi opachi e un garbo silenzioso. La casa era stata nobilitata a solenne museo. Sentii che lì avremmo potuto fare qualcosa. Potevamo riportarla alle sue origini. Potevamo restituirle l’intimità domestica di un tempo e renderla almeno per un breve periodo una casa in sintonia con la pittura di Giancarlo Vitali. Abbiamo scelto soggetti adatti agli spazi che ci sono stati concessi. Alcune opere che si potrebbero definire di «storia naturale», altre dedicate al calore domestico e familiare, e alcune che hanno come soggetto un semplice ospedale. I quadri non appartengono a un altro mondo, sono di questo mondo. E dovremmo esserne contenti. Sono tutte testimonianze che ci aiutano a guardare e a vedere. E a vivere.

 

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