di Grazia Lissi
LA PROVINCIA

2017.07.05 La Provincia.jpgLa mostra. Da oggi a Milano “Time Out”, esposizione in quattro sedi curata dal figlio Velasco che esplora a fondo l’opera del pittore bellanese

«Bellanasco» così amava chiamarlo Giovanni Testori. E lui della sua Bellano ha trasmesso la vita, la poesia, la quotidianità degli anonimi e l’ha resa immortale. Milano dedica, da oggi fino al 24 settembre, una vasta retrospettiva all’artista del lago: “Giancarlo Vitali. Time Out” a cura di Velasco Vitali, il figlio, anch’egli pittore. Quattro sedi espositive, un lungo viaggio che coinvolge la città per raccontare, per la prima volta in maniera esaustiva, la sua potente arte.
A Palazzo Reale, cuore della mostra, 200 opere delineano un percorso espositivo suddiviso in dieci sezioni tematiche che coprono l’intera produzione di Vitali, nato a Bellano il 29 novembre del 1929, settant’anni di prodigiosa attività, dai primi dipinti degli anni Quaranta elogiati da Carra, passando per le opere degli anni Ottanta e Novanta apprezzate da Testori, fino all’ultima produzione.

L’universo dell’incisione
Al Castello Sforzesco, in Sala Viscontea un’installazione di Velasco Vitali, introduce il visitatore nell’universo artistico dell’incisione di Giancarlo Vitali, 150 fogli, un sentiero che si sviluppa fra pinze, gratelle e matrici calcografiche originali, omaggio all’antica arte della stampa. Nella Sala Achille Bertarelli una selezione ragionata di incisioni provenienti dagli Archivi delle Civiche Raccolte svela l’espressività di un Maestro testimone del nostro tempo. Al Museo di Storia Naturale, un approfondimento tematico dedicato a “Le Forme del tempo”, un gioiello prezioso che rivela un’altra passione dell’artista: i fossili e i ritrovamenti geologici.
Il vasto nucleo di opere è una singolare ed approfondita selezione del corpus ideato da Vitali nel 1991 in occasione del centenario della morte dell’Abate Antonio Stoppani, lecchese, geologo e direttore del Museo di Storia Naturale dal 1882 al 1891, ha lasciato studi sulle formazioni sedimentarie del Triassico e Giurassico inferiore dell’Italia Settentrionale, sulla geologia della Brianza, argomenti che hanno sempre affascinato il pittore. L’allestimento in Casa del Manzoni è a cura del regista inglese Peter Greenaway che con il pittore lombardo condivide una riflessione sui temi della vita e della morte: “Mortality with Vitali: Father&Son”, è il titolo dell’intervento installativo nella Casa museo ed interpreta l’incontro intellettuale fra Giancarlo Vitali e Alessandro Manzoni.

L’artista e la tela
Il titolo emblematico del progetto racchiude tutti i percorsi espositivi milanesi: “Time Out” ovvero gioco fermo oppure tempo sospeso. Quell’attimo di sospensione necessario per misurare i valori in campo e il ritmo delle cose, quell’attimo in cui l’artista si ferma davanti alla tela e interroga il suo lavoro. Ma nel caso di Giancarlo Vitali “Time Out” significa essere fuori dal coro, la sua capacità di non voler mai appartenere a un gruppo, il suo “vivere l’arte da outsider”, fuori dal sistema dell’arte. Non è un caso che la critica continui a definirlo “Ultimo pittore”. La sua forza materica, la potenza dei colori, i volti incredibili della sua gente, il farmacista, il ciabattino, l’Arrigoni e la Germana, l’amico Giovanni Testori, la banda del paese, i pescatori, lavoro del papà e del nonno. La sequenza di volti contadini ispirati al pittore seicentesco lombardo Giacomo Ceruti, detto il Pitocchetto, sono maestosi e narrativi. Frammenti di vita, uomini e donne, un mondo che incrociamo “di sfuggita” e che se lui non avesse fermato nelle sue tele sarebbe scomparso. Lo stesso mondo che ha ispirato l’arte di altri, per primi quella del figlio Velasco. «L’ho chiamato così, per il mio amore per Velàzquez» racconta Giancarlo Vitali, fiero di questa continuità. Il sguardo acuto sugli animali, gatti, la poiana che vola nei cieli dell’Alto Lago, le capre. Una sezione è dedicata agli animali da macello “Coniglio morto”, “Bue squartato”, “La macellazione del maiale”, vittime sacrificali, agnelli innocenti di un dolore infinito. Il loro urlo esplode dalla tela e incrociano quello di Soutine e Bacon.

«Una laica clausura»
L’identità di Giancarlo Vitali è tutta lì, fra le sponde del lago, le piccole strade di Bellano in «una laica clausura» come diceva Testori. Autodidatta, suo malgrado, Giancarlo Vitali deve rinunciare a una borsa di studio all’Accademia di Brera perché non può mantenersi. Nel 1943, poco più che tredicenne, inizia a lavorare all’Istituto di Arti Grafiche di Bergamo, in quel periodo fa un’ingordigia di quadri, non si perde nessuna mostra e, forse per sentirsi più libero, decide di non vederne più e di concentrarsi solo sui suoi quadri, umilmente da Bellano. La figura umana continua ad essere al centro della sua opera, in anni in cui non è più di moda dipingerla, ma il suo sguardo va oltre, perenne dialogo con i grandi Maestri.


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