di Giovanni Gazzaneo
AVVENIRE

2017.07.04 Avvenire.jpgGiancarlo Vitali è “l’ultimo dei pittori”. Così lo definisce Vittorio Sgarbi, e non perché non ce ne siano (di pittori), ma perché la sua arte non è filtrata dalle alterne vicende del Novecento o mediata da citazionismi più o meno colti e opportuni.
Vitali, ottantasette primavere, vive da sempre la sua arte con grande libertà, ben radicato tra le Prealpi e il lago di Como, in quel piccolo mondo antico che è Bellano. Delle radici di questo spicchio di Eden, Vitali ha fatto vita e arte. Il pittore lombardo va controcorrente: non cerca la novità per la novità, non si lascia incasellare in un movimento, non grida e neppure “gioca” con l’arte. La sua poetica nasce dalla fedeltà al luogo che gli ha dato i natali e alla sua gente. L’amore per la pittura l’ha portato e lo porta avanti nel suo studio, al terzo piano della casa sul lungolago, là dove l’arte è cresciuta insieme alla sua famiglia, in una «laica clausura» (come scriveva Giovanni Testori). Nella solitudine e nel silenzio le tele e i fogli prendono luce e vita, forma e colore e si fanno volti, animali e oggetti del quotidiano esistere, sotto uno sguardo che abbraccia tutto lo spettro delle emozioni. Il segno rapido – maturato nell’eercizio del disegno e dell’incisione, in cui eccelle – vibra nella tavolozza di colori sontuosi e insieme sensuali. Il suo è un canto alla vita, la vita di paese, a volte un po’ annoiata e sonnolenta, a tratti cosciente (e dolente) di una certa marginalità rispetto alle “grandi” vicende del mondo.

Vitali passa dall’ironia giocosa della caricatura all’empatia più profonda del ritratto, in uno stile insieme antigrazioso e drammatico. Potremmo definirlo “popolano”, intendendo così non il suo modo di fare pittura ma il soggetto di tutta la sua arte: un popolo che emerge e prende volto e colore eriscattoda quell’apparente grigiore a cui la quotidianità sembra costringerlo. Così l’umanità dei semplici si rivela protagonista: perché anche il singolo ritratto, di persona, di oggetto, di animale, non fa storia a sé ma vive della relazione, rimanda a un mondo familiare e di popolo. Ma come è nata la passione per l’arte? «Credo sia nata con me – ci dice Vitali -, l’ho sempre avuta. Sono nato in una delle più antiche famiglie di pescatori del lago. Non è stato facile né scontato. È una specie di “virus” che si manifesta da subito. I miei genitori mi hanno aiutato per quanto potevano e ne sono loro grato. Nel luglio del ’43 cominciai a lavorare all’Istituto di Arri Grafiche di Bergamo. Avevo tredici anni e mezzo. In un anno e mezzo vidi più quadri che nel resto della mia vita. Fu lì che scattò la molla: andavo spesso a Milano, cercavo di non perdermi nessuna mostra. E aogni viaggio tornavo con un po’ di cultura, mi sembrava di aver capito qualcosa di nuovo. Ma io per temperamento sono vulnerabile, mi lasciavo influenzare da quello quello che vedevo. Così ho deciso: meglio essere se stessi. A vent’anni mi ero già scrollato dall’influenza dei pittori della generazione che mi precedeva e iniziai a dedicarmi alla pittura senza più alcun ostacolo mentale e culturale frapposto». E i suoi maestri? «Velázquez [e in suo onore chiamerà il figlio Velasco, quasi consegnandolo così al destino di pittore, ndr], Goya, Rembrandt, Caravaggio, Ceruti. Ma non cerco di rubar loro alcunché: se lo facessi, oltre che presuntuoso, sarei pure imbecille». Perché la figura, che tanti suoi contemporanei hanno negato, resta centrale nella sua arte? «Dipingere la testa di un uomo è come toccare la totalità. In questa testa c’è tutto. In un ritratto c’è l’atmosfera, c’è il paesaggio e poi c’è questo essere carico di emozioni. Guardi un peperone: non ha carattere. Da ogni essere umano puoi far saltar fuori questo carattere, questa umanità che io cerco di trasformare in pittura. L’avevo capito fin dall’inizio del mio percorso: a vent’anni avevo già dipinto oltre cento ritratti».

Il silenzio su (e di) Vitali si interrompe solo nel 1983 grazie all’incontro con Giovanni Testori. Lo scrittore non può (e non vuole) definire la sua pittura, ma fa di più, dà un nome all’artista, “Bellanasco”: «È lui, il vento che soffia la sera sul borgo natale del maestro, che entrato da sempre nel suo corpo, nella sua psiche, gioca a noi, come ha giocato e rigioca a lui, il tiro mancino di non lasciarsi afferrare; di non lasciarsi neppure definire. «A Giancarlo Vitali Milano dedica una grande mostra, curata dal figlio Velasco, che apre domani nelle sedi di Palazzo Reale, Castello Sforzesco, Museo di Storia naturale, Casa Manzoni (fino al 24 settembre; catalogo Skira). Un percorso di duecento opere, quasi tutti dipinti, per far conoscere il maestro lombardo. «E la prima mostra antologica su mio padre – dice Velasco Vitali -, con una rilettura di settant’anni di pittura. Prendersi cura di questa mostra significa cercare di raccontare e ordinare qualcosa che è sempre stato sotto i miei occhi mentre crescevo: l’importanza di una spontanea ricerca apparentemente figurativa, ma anche il gesto pittorico stesso, anarchico e isolato, alla ricerca sperimentale di linee, forme, macchie, riflessi, strisce e campi di colore. Il modo migliore per comprendere la struttura filologica di tutta la sua opera, è partire dal suo mondo più intimo, che è il bacino da cui ha sempre attinto. Il soggetto di questa mostra è la sua pittura. Da figlio conosco la crosta esterna, la materia immobile sul fronte della tela, ma anche e soprattutto il retro: le prove, i gesti, i luoghi intimi in cui la poetica e il linguaggio di un artista si mescolano con l’umanità, i ricordi, i momenti». Insomma, l’attimo fuggente che Vitali sa cogliere nel suo “per sempre”.

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