2017.06.15 La Provinciadi Gianfranco Colombo
LA PROVINCIA

Velasco illustra l’imminente mostra milanese dedicata al padre Giancarlo. Coinvolto nell’allestimento anche il prestigioso regista inglese. “Calerà sulle opere uno sguardo tutto nuovo”.

Il prossimo 5 luglio si alzerà il sipario sulla mostra che Milano dedica a Giancarlo Vitali. Quattro sedi prestigiose, centinaia di opere, un percorso dentro la storia di Milano che si sovrappone alla storia tutta bellanese di Giancarlo Vitali.
È sicuramente uno degli avvenimenti culturali di prestigio di questa estate, a cui si è aggiunto un altro contributo di rilievo, quello del regista Peter Greenaway.
A curare tutto il progetto è stato Velasco, il figlio di Giancarlo, con cui abbiamo voluto approfondire alcuni temi legati alla mostra “Giancarlo Vitali. Time Out“.

Cominciamo subito dal Giancarlo Vitali legato anche fisicamente a Bellano. Possiamo dire che il legame forte con il suo paese è anche la sua forza artistica?
Da questo itinerario emerge l’importanza della “localizzazione” per Giancarlo Vitali. Appare evidente come per lui essere un pittore “locale” non sia una diminuzione ma al contrario un valore linguistico forte. Dalle quattro mostre si capisce chiaramente che lui resiste alle sue radici perché le ritiene fondamentali. Le quattro mostre sono un’antologica strutturata con un inizio ed una fine che non cedimenti.

L’antologica di Palazzo Reale si compone di duecento opere. Qual è il filo conduttore che le lega?
Tutta la mostra di Palazzo Reale è impostata sul rapporto uomo-donna. La vita di mio padre è sempre stata caratterizzata, e lo è ancora, dai ritmi quotidiani delle relazioni familiari. Per esempio, le sue nature morte, viste da dentro, sono le tavole apparecchiate di casa mia. Allora, nello svolgersi della mostra ho voluto sottolineare proprio questo. Tutto comincia con due ritratti dipinti da mio padre giovanissimo, un uomo e una donna, che sembrano marito e moglie, e si conclude con due sue icone, il farmacista Pirola e la “pazza” con in testa un gatto. Un uomo e una donna che riassumono la storia del paese, che Giancarlo Vitali ha reinterpretato nella sua pittura.

A Casa del Manzoni sarà Peter Greenaway a curare il percorso espositivo. Cosa ci dobbiamo aspettare?
L’intervento di Peter Greenaway alla Casa del Manzoni è veramente speciale. Il suo sguardo è diretto alla linea lombarda, ma la sua riflessione è nuova e per questo è una sorta di svelamento che coinvolge Manzoni, Stoppani e Testori. La linea lombarda è vista da lontano con uno sguardo lucido. Noi la releghiamo dentro la storia ed invece Greenaway la lega alla contemporaneità. Quello che si vedrà alla Casa del Manzoni è un mix tra la natura, rappresentata dalle nature morte di Giancarlo Vitali, dalle sue tavole delle “forme del tempo” e dalle sue montagne, sino alle grottesche interpretazioni dei matrimoni, dei funerali e delle processioni, per arrivare alla malattia, vissuta dallo stesso Giancarlo, in un ospedale che, guarda caso, è intitolato proprio a don Lisander.
Insomma, qui la storia di Giancarlo Vitali comunica con la storia di una famiglia borghese come quella del Manzoni.

Come si è arrivati a coinvolgere Peter Greenaway?
Sono stato alla proiezione di un suo film e all’incontro che è seguito, il regista ha precisato come, a suo parere, i registi dovrebbero dialogare di più con i pittori. Sono rimasto colpito e gli ho scritto, visto che io pittore stavo curando una mostra di un altro pittore, che per giunta è mio padre. Gli ho detto che mi sarebbe piaciuto il suo punto di vista da regista. Mi ha risposto e ci siamo incontrati. Il resto è stato la conseguenza della visita ai luoghi e soprattutto della conoscenza delle opere di mio padre. Gli è piaciuta molto la storia di questo pittore isolato.

A proposito di un figlio che cura una mostra del padre, come ti sei rapportato con la sua opera?
La vita di tuo padre spesso la dai per scontata, ma guardandoci dentro, in questo caso attraverso le sue opere, capisci che è tutto diverso. Ho sempre considerato la sua opera come unitaria, invece mi sono reso conto che è come un’onda sismica, un su e giù che rende il tutto ancora più interessante. E poi c’è il suo carattere granitico. La tensione della sua pittura è forte a 17/20 anni e continua così sino ad oggi. E questa è la sua grande forza.

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