Uscendo dal coro seppe ritrovare la grande pittura

di Grazia Lissi
LA PROVINCIA

2018.07.27 La Provincia.jpgL’intervista Vittorio Sgarbi. Il ricordo dello storico e critico d’arte «Tra i migliori pittori lombardi del Novecento, se non il migliore»

L’ho conosciuto agli inizi degli anni Ottanta, credo fra il 1983 e il 1984, e sono andato a trovarlo a Bellano»: così lo storico dell’arte Vittorio Sgarbi ricorda l’amico Giancarlo Vitali. […] «La pittura di Giancarlo Vitali – ricorda il critico – possiede una vitalità, un’espressività perfetta che proviene dai suoi studi in scienze naturali, dall’amore per la pittura italiana. Possedeva una qualità, una passione unica. Fra i pittori lombardi del Novecento è stato uno dei migliori se non il migliore».


Professore, in un periodo in cui l’arte concettuale dominava qual è stato il messaggio di Vitali?
Con coraggio ha saputo uscire dal coro, è stato capace di ricollegarsi alla grande pittura, ha ignorato la contemporaneità. Non ha voluto riprendere il gesto pittorico lasciato da Giorgio Morandi oAntonio Donghi, o da Filippo De Pisis, ma, piuttosto, è tornato in qualche modo ad Antonio Mancini e Giovanni Boldini. Ha ignorato le avanguardie, l’idea di ritorno all’ordine, il Novecento di Margherita Sarfatti, il concetto di nuova figurazione. Si è allacciato alla grande pittura italiana, forse l’ultimo ad averlo fatto.

Giancarlo Vitali è stato spesso accostato, soprattutto per i volti, a Pitocchetto. Condivide l’affermazione?
Il collegamento con Giacomo Antonio Melchiorre Cenati, detto il Pitocchetto (1698-1767, ndr) è antropologico, legato alla sua condizione di essere lombardo: una memoria storica come può esserlo Piero della Francesca per Giorgio Ferroni. La grande vitalità e istintività, la forza intuitiva del pittore ladano, così materico e potente, esplode nelle sue nature morte, nei suoi animali. Si avvicina a quelli di Varlin, di Chaim Soutine e nello stesso tempo li supera per un’urgenza di pittura. Giancarlo Vitali non fa mai citazioni, elabora, assimila e diventa qualcos’altro, la vita.

Vuole darci tre definizioni?
È stato il pittore dell’anima, della realtà e della fede.

Come ricorda il suo studio a Bellano?
Ha realizzato lì alcuni miei ritratti, molto belli, nervosi. Quello più forte è stato realizzato nel 1986, era ancora vivo l’amico Giovanni Testori, il primo che ha parlato di Vitali. La sua pittura non è mai illustrativa, e neppure descrittiva, cerca di scoprire cosa c’è dentro un uomo. Con Giancarlo ho coltivato un’amicizia lunga, penso di averlo incontrato l’ultima volta quando ero assessore al Comune di Milano, una decina di anni fa. Credo di essere stato il critico d’arte che ha maggiormente scritto, e sempre con convinzione, di lui.

Come il figlio Velasco, Giancarlo Vitali ha sempre vissuto sul lago di Como. Lontano da gallerie e, soprattutto, dalle tendenze del momento.
Un esempio. Ha sempre amato Bellano. Lo scorso anno a Palazzo Reale si sono tenute in contemporanea due mostre antologiche, una dedicata a Giancarlo Vitali e l’altra all’artista Vincenzo Agnetti. Era interessante il confronto fra due mondi diversi, l’arte concettuale con il pittorico, post-pittorico, un confronto eloquente. L’arte va avanti per probabilità, con nascite, interruzioni.

È stato penalizzato dal suo essere figurativo?
Oggi, anche grazie a lui, la figurazione ha ripreso, ma negli in cui Vitali la proponeva l’attenzione si concentrava su Burri, Bonalumi, Pinelli e il pittore lariano si sentiva isolato. L’arte veniva concepita a scomparti, i figurativi non venivano calcolati.

Ricorda i temi delle vostre conversazioni?
Erano quasi tutte sulla pittura e i suoi protagonisti. Condividevamo un’autentica passione per Diego Velàzquez, Rembrandt, Courbet. Con Giancarlo ho trascorso piacevoli pomeriggi chiacchierando: era un uomo profondo.

Cosa possiamo fare per non dimenticare le sue opere?
Devono continuare a circolare, a essere esposte. Io le inserirò in un’antologia che sto scrivendo, parte da Giotto e finisce appunto con Vitali.

Un necrologio per l’amico?
È vivo, nella sua pittura, davanti a noi con la forza di emozioni, tumulti interiori, ricerca di Dio. E le sue opere continueranno a parlarci della vita che ci aspetta oltre la vita. Da qui Vittorio Sgarbi vede i suoi dipinti.

 

 

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