di Gian Marco Walch
IL GIORNO

2017.09.08 Il Giorno.Bergamo.jpg

Prima antologica dell’artista

Per consuetudine, lo si dovrebbe definire il catalogo di una mostra. E già la tradizione salta: il catalogo di una delle cinque mostre che compongono il progetto espositivo che si dipana dal cuore di Palazzo Reale alle vene del Castello Sforzesco, allo scheletro del Museo di Storia Naturale, alla mente della Casa del Manzoni. Che, poi, cuore e mente si possono anche confondere, o fondere. E basterebbe. Ma non è solo cosi.
Perché la mostra negli ambienti manzoniani è una riflessione sui temi della vita e della morte presenti nei quadri di Giancarlo Vitali posti a confronto con la vita, l’opera e le vicende di don Lisander.

Una creazione di Peter Greenaway, il regista gallese famoso per la composizione pittorica dei suoi film, per qualcuno troppo cerebrali, per moltissimi capolavori, da “I misteri del giardino di Compton House” a “Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante” a “Le valigie di Tulse Luper”, che sposano trame sorprendenti a immagini elegantemente stipate di dettagli. Due grandissimi artisti, il conosciutissimo Greenaway e l’appartato Vitali, finalmente giunto a una mostra che Milano gli doveva. Così il “catalogo” presentato ieri sera a Palazzo Reale, presenti l’assessore Filippo Del Corno, il direttore Domenico Piraina, il presidente della Casa del Manzoni Angelo Stella, Velasco Vitali, figlio di Giancarlo, artista e curatore del progetto “Giancarlo Vitali. Time Out”, e lo stesso Greenaway, quel “catalogo”, 32esimo volume della collana Greenaway Catalogue, edito da Cinquesensi, è la dettagliata scenografia su carta di quanto raccontato in “Mortality with Vitaly, Father and Son”, il “teatro” messo in scena in via Morone, con la collaborazione degli scenografi di Props&Culture, art director Cinzia Masòtina. Racconta Greenaway: «Sembra che nel Nord Italia ci siano molte persone chiamate Vitali – fotografi, compositori, scrittori, artisti, editori – ma non avevo mai sentito quel cognome in relazione a un solitario e anziano pittore, che vive sul Lago di Como». Contattato da Velasco, il regista s’incuriosì, anche perché convinto da sempre che cineasti e pittori dovrebbero colloquiare: con tutto vantaggio dei primi, vecchi di soli centovent’anni contro ottomila…

I quadri di Giancarlo Vitali non potevano non sedurre Greenaway, il suo gusto barocco e dirompente. In Inghilterra quelle tele le avrebbe potute comporre Lucian Freud. Per stile. Per soggetti, invece, Vitali ha prediletto da sempre soggetti umili: pesci in padella, carni che Giovanni Testori adorava, polli ossuti, abiti dozzinali. Ispezionò, Greenaway, la casa del Manzoni. «Mi sentii demotivato», la prima impressione. Una casa rovinata e logora nobilitata a solenne museo. «Ma qualcosa potevamo fare: potevamo denobilitarla». Dandole un inedito calore domestico. E, coraggiosamente, arredandola a mo’ di ambiente ospedaliero, quello in cui Vitali si è dovuto di recente ritrovare. Letti e quadri.
Una vitalità più necessaria della stessa mortalità.

 

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