di Alessandra Quattordio
ART STYLE

2019.09 ArtStyle.jpgPrima antologica di sett’anni d’arte per il pittore di Bellano

Le onde del Lago di Como da sempre cingono di un dolce, ma implacabile assedio Bellano – borgo di pescatori sulla sponda orientale lariana – facendo del luogo un microcosmo che nell’acqua trova alimento e che verso l’acqua convoglia le sue energie fisiche e spirituali. Nel caso dell’artista Giancarlo Vitali – definito da Vittorio Sgarbi “l’ultimo pittore” -, che qui è nato nel 1929, e vive, questo coinvolgimento intimo con la natura lacustre, e con gli esseri umani e animali che le appartengono, è divenuto cifra intellettuale e, nel contempo, fonte d’inesauribile ispirazione per il suo pennello e il suo bulino. Oggi Milano gli dedica un omaggio importante con la grande antologica “Giancarlo Vitali. Time Out”, aperta fino al 24 settembre prossimo. Curata dal figlio Velasco Vitali, la mostra, ricca di oltre quattrocento opere, si articola in quattro differenti sedi espositive: Palazzo Reale (200 dipinti di Vitali in dieci sezioni tematiche cui si aggiungono un salotto di lettura e una sala dedicata a chi influì sulla sua formazione artistica – da de Chirico a de Pisis, da Carrà a Pirandello); il Castello Sforzesco (il corpus grafico, con installazione di Velasco); il Museo Civico di Storia Naturale (una selezione di opere ispirate a rocce e fossili, dedicata al celebre naturalista Antonio Stoppani); la Casa del Manzoni, con allestimenti vari a cura di Peter Greenaway.


La rassegna espositiva indaga da differenti punti di vista i 70 anni di ininterrotto lavoro dell’artista lombardo, arricchendo la disamina con contributi offerti da personalità come Greenaway, regista e artista-pittore. Quest’ultimo, oltre a offrire un interessante saggio pubblicato in catalogo (Skira), ha ideato un intervento site-specific all’interno
di Casa del Manzoni con l’intento di orchestrare spazi ad alto potere evocativo. Ovvero una Wunderkammer nella quale vita e morte – scandite da dipinti e disegni di fiori, nature morte, “diari della malattia” e maschere grottesche dello stesso Vitali – dialogano con documenti riguardanti la malattia e il decesso di Alessandro Manzoni, di recente ritrovati dallo scrittore Andrea Vitali. All’ingresso un branco di cani, realizzati in bronzo, ferro, piombo e catrame da Velasco Vitali, accoglie i visitatori introducendo al senso di drammaticità che aleggia nelle sale. Ma il catalogo è anche ricco delle parole di Giovanni Testori, scrittore, storico e critico d’arte (scomparso nel 1993), che nei primi anni ’80 ebbe modo di avvicinare Vitali e seguirne appassionatamente le tracce, divenendone amico e sostenitore. Apparvero nell’ ‘84 sul Corriere della Sera, in un articolo dedicato all’artista autodidatta, allora ancora sconosciuto, che aveva debuttato negli anni ’40, partecipando, tra l’altro, alla Biennale d’Arte Sacra del ’47 all’Angelicum di Milano per poi abbandonare la scena pubblica nei tre decenni successivi. Ecco l’incipit di questo testo intitolato “Il genio degli ignoti: Giancarlo Vitali”: “Non dovremo andar molto lontano, questa volta, per cavar dalle bende di quella strana, interessatamente (e, forse, turpemente) coltivata dea, che è la dimenticanza; per cavar fuori e buttar poi lì, sul tavolo della luce, l’ignoto. Come lo spirito, anche il genio anzi, questa seconda volta, il genio della pittura-pittura, soffia dove soffia; e buonanotte a tutte le presunzioni che vorrebbero, di lustro in lustro, disegnare la «mappa» che, per un determinato tempo, dovrebbe comporre la veridica storia dell’arte!”. Sono parole che esprimono lo stupore della scoperta e il piacere dell’incontro con la vera pittura provati al cospetto di tele raffiguranti animali squartati e sanguinanti che richiamano alla memoria Rembrandt, le rappresentazioni del Seicento lombardo, per arrivare negli anni tra le due guerre, all’espressionismo del russo Chaim Soutine. Il pennello di Vitali scarnifica i corpi, ne indaga le pieghe intime, rivelando il loro essere preda indifesa, ma anche icone di solenne, quasi sacrale, maestà. È il rito della convivialità antica che si perpetua intorno al focolare e alla mensa, dove i legami familiari e affettivi si stringono e si rinnovano nel tempo, grazie alla carne animale che assurge a simbolo di partecipazione a cerimonie collettive gioiose, seppur crudeli. Scriveva ancora Testori, nel suo stile ricco di metafore ed esuberanze linguistiche: “Chiedemmo, a Vitali, la gentilezza di mostrarci subito il coniglio; anzi, il sacro feto; il sacro, gemente (ancorché morto) brandello; ben più umano, che animale. Fummo accontentati”. E allo scrittore Testori, che fu anche poeta, l’opera pittorica “Trittico del toro” di Giancarlo Vitali ispirò i versi che accompagnano oggi a Palazzo Reale le opere in mostra. Ma non di soli animali si compone l’immaginario dell’artista, il “grande Bellanasco”. Tutto un mondo di pescatori, artigiani, anziani, bambini, gente semplice, paesaggi lacustri e oggetti quotidiani popola le sue visioni pittoriche e grafiche.
A partire dagli anni ’80 Vitali sviluppò infatti uno straordinario interesse per l’arte dell’incisione. Con il figlio Velasco decise di impararne le tecniche: l’acquaforte, la puntasecca, l’acquatinta. Velasco ricorda: “Da ragazzo andavo di soppiatto nello studio di mio padre, quando lui non c’era. Lui voleva un allievo cui trasmettere il suo sapere, io ero un po’ intimidito. Avevo peraltro la certezza che sarei diventato pittore anch’io. Successivamente si stabilì con mio padre un rapporto di maggior complicità e nel 1981 decidemmo di partire insieme per Venezia: io avevo poco più che vent’anni. Insieme volevamo scoprire tutti segreti dell’arte incisoria per raggiungere una padronanza totale delle tecniche”. Da lì alla conquista da parte di Giancarlo Vitali, di una straordinaria forza espressiva, esplicitata attraverso il suo segno inciso, nervoso e molto vibratile, il passo fu breve. Il dualismo del bianco e nero si apre nelle sue numerosissime carte a una sensibile gradazione di varianti tonali con effetti di forte tensione emozionale, sia che si tratti di volti solitari, di composizioni affollate, come “La processione dei morti”, o di tronchi d’albero nodosi e contorti. Un’umanità umile, spesso chiusa in una dimensione vernacolare, ora festosa ora grottesca ora quasi luciferina, emerge come da un grande affresco corale. Al centro, o meglio forse ai margini, di questo “diorama”, in cui la condizione esistenziale contingente si stempera in una dimensione atemporale, ecco lui, l’artista, Giancarlo Vitali, e la sua famiglia. Un po’ appartati, come appartato è da sempre l’atteggiamento dell’artista rispetto ai clamori della contemporaneità. I loro ritratti sono spesso presenti nell’arco della produzione pittorica documentata in mostra: di Velasco, il figlio, della moglie Germana e delle due figlie, Sara e Paola. In un processo d’immedesimazione che li accomuna a “Franco, il falegname” o a “Pirola, il farmacista”, tutti co-protagonisti sulla scena di quel borgo, Bellano, che, grazie alla Pittura, è assurto a dignità di teatro di vita: non solo lecchese, ma anche lombarda, e del mondo intero.

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