di Francesca Amè
IL GIORNALE

2017.07.09 Il Giornale.jpgDa Palazzo Reale al Castello, un omaggio all’artista che fu ammirato anche da Carrà

Sorprende la mostra-omaggio a Giancarlo Vitali. Sorprende perché è la prima grande antologica dedicata al «maestro di Bellano», una delle firme del 900 lombardo. Sorprende perché – come di rado accade – è il figlio Velasco, anche lui artista, ad aver progettato il tutto. Sorprende infine perché il ‘timido’ Vitali (senior) non occupa solo uno spazio espositivo, ma addirittura quattro: tutto il primo piano di Palazzo Reale, la sala Viscontea e l’Achille Bertarelli al Castello Sforzesco, alcune stanze del museo di Storia Naturale e – novità, tra le novità – uno dei luoghi-simbolo della cultura milanese: la Casa del Manzoni di via Morone. Chicca finale: l’allestimento in quest’ultima sede è curato dal noto regista inglese Peter Greenway. “Giancarlo Vitali. Time Out” (fino al 24 settembre, le mostre sono ad ingresso gratuito ad eccezione di quella nella Casa del Manzoni) è un progetto-monstre da assaporare con calma, che solo l’esposizione a Palazzo Reale è così densa di opere e sezioni da perdervisi dentro.

Se si accetta la sfida di entrare nel mondo di Vitali – che, classe ’29, ha seguito la presentazione ufficiale della sua personale in diretta Facebook, forse troppo emozionato per scendere a Milano da Bellano – bisogna accettare di entrare in un tempo sospeso. Di prendere una lunga pausa. Di certo deve averla presa dalla sua attività il figlio Velasco, coinvolto in prima persona e con evidente emozione nell’allestimento della mostra da lui definita «del grande padre, e dei grandi padri». Una mostra «esplosiva» (sempre parole di Velasco) nel numero di opere e nella varietà: entriamo a Palazzo Reale e ci imbattiamo nel piccolo mondo antico di Giancarlo Vitali con i paesaggi laghé, il ragazzo del garage, la Nonna Regina, la moglie Germana, i figli, gli amici. Gli interni domestici e una galleria di ritratti di paese, a confronto con alcuni dei maestri dichiarati di Giancarlo: De Pisis, De Chirico, Sironi, Carra. I maestri che Vitali, nato sulla sponda lecchese del lago di Como da una famiglia di pescatori, imparava a conoscere da autodidatta dei pennelli: non riuscì infatti a frequentare l’Accademia di Brera nonostante avesse ottenuto la borsa di studio perché i genitori non avrebbero saputo come mantenerlo in città. Apprezzato fin dagli esordi da Carra, a metà degli anni Ottanta viene scoperto da Giovanni Testori: una delle sale più commoventi della mostra è quella dedicata al sodalizio tra i due, con tele come il «Trittico del Toro» a confronto diretto con i versi drammatici che ispirarono al poeta. È grazie al palato fino di Testori che Vitali conquista Milano: alla pittura, prima passione, affianca l’attività grafica e al Castello, dove espose già nel ’94, è ora in mostra una esemplificazione della sua abilità nel genere mentre il Museo di Storia Naturale ospita le opere legate a un’altra delle sue ossessioni, i fossili e la geologia. Negli spazi di Palazzo Reale colpisce l’evoluzione dello stile pittorico di Vitali mentre si confronta, spesso in maniera smaccata, con i giganti della storia dell’arte: prende i girasoli, ad esempio, e li moltiplica in un quadro-installazione, che è una personale lettura della caducità delle cose evocata dai celeberrimi fiori ritratti da Van Gogh. Con il passare degli anni, la sua pittura diventa sempre più intensa e drammatica (i cicli dedicati alle «Carni» sembrano un mattatoio postmoderno) e meno realistica: locale eppure così universale, come tutti gli intellettuali «di lago» defilati ma imprescindibili, Giancarlo Vitali da Bellano ha conquistato Milano.

 

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