GiancarloVitali_ImangiatoriPolenta.jpgCos’era la guerra per chi non l’aveva mai fatta?
Bisognava chiederlo appunto a chi non l’aveva mai fatta o che non aveva potuto esserci, come l’oste Perin che l’aveva scapolata per un pelo e che quindi non poteva essere accusato di vigliaccheria o di essersi imboscato da qualche parte. Il destino aveva voluto così.
L’oste Perin era noto con quel nome, Oste Perin, come se la qualifica fosse nome. Ne era convinto pure lui che rispondeva molto più rapidamente quando lo chiamavano così che non quando usavano il suo vero nome, Antonio. Era proprietario e gestore dell’osteria “Pradegiana”, tra le quattro, cinque del paese, quella che godeva di maggior fama quanto a locale dove degustare a prezzo modico i cosiddetti prodotti tipici del lago, un’accozzaglia di piatti mutuati da questa o quella cucina dei territori limitrofi: pochi i piatti autoctoni, forse uno, i missoltini, peraltro estranei alla presente storia.
L’Oste Perin quindi aveva scapolato l’evento bellico e forte della sua incolpevole assenza su questo o quel fronte, all’alba del decennio degli anni cinquanta sosteneva la tesi che, pur non dimenticando le brutture del recente passato, fosse ormai necessario guardare al futuro, ricostruendo non solo edifici, strade e ponti ma anche un certo tessuto sociale fatto di occasioni di scambio in cui la gente potesse ritrovare pienamente la gioia di vivere.
Fu quindi tra i primi commercianti del luogo a sostenere non solo a parole un comitato che si proponeva di ridare lustro al più classico e tradizionale degli appuntamenti che da anni e annorum animava la vita spicciola del paese, vale a dire la festa che prendeva vita la sera della vigilia dell’Epifania. Come molte altre piccole feste per rompere la monotonia dei giorni sempre uguali, anche quella festa aveva ceduto energie fisiche e morali all’evento bellico, isterilendosi. Era ora di richiamarla in vita adesso, e il comitato era sorto per quello. L’iniziativa sortì risultati che andarono ben al di là delle aspettative dei fondatori il comitato promotore. Servì a richiamare alla gioia anche molti abitanti dei paesi finitimi, ricordandola a coloro che avevano preso parte all’evento in anni di pace e ne ricordavano l’allegria sfrenata, la suggestione, i canti e le liberatorie bevute.

Non solo.

La notizia che quella festa le cui radici si perdevano nella notte dei tempi stava rinascendo nello splendore dei suoi fasti passati, giunse anche alle orecchie di coloro per cui fiere, mercati o feste erano occasioni di lavoro. All’amministrazione comunale del luogo giunsero numerosissime richieste da parte di ambulanti, venditori delle più varie merci che chiedevano uno spazio dove piazzare le proprie bancarelle. E gli amministratori, lungi dal sottrarsi al richiamo di quella rinascita, non ostacolarono alcuno, offrendo spazi ovunque, dal lungolago ai giardini pubblici al piazzale esterno della stazione.
Tra le tante domande giunse anche quella di certo Eberhard Kanaus, svizzero tedesco. Non stupì. Creando se mai qualche imbarazzo interpretativo, la professione del soggetto, illusionista.
Anzi, nella fattispecie il delegato al commercio commentò positivamente il fatto: illudersi che la vita potesse riprendere come prima, come se niente nel frattempo fosse accaduto, come se niente avesse interrotto il filo magico di quell’appuntamento di festa poteva essere un eccellente tonico per la popolazione tutta.
Venne la sera tanto attesa, molto popolo si riversò nel paese sin dalle prime ore del crepuscolo intasando le contrade, rallegrando l’aria e riempiendo della propria fisicità e non solo le varie trattorie o i più nobili ristoranti, le une e gli altri vantando una sorta di primato nella confezione del piatto principe della serata, la trippa, altrimenti detta, nel locale vernacolo, busècca. Piatto di tradizione, di cucina povera ma via via infiorettato dalla fantasia di questo o quel cuoco. E profumato al pari di ogni altro cibo ma simbolo, grazie proprio al suo profumo, di quella sera di festa.
L’odore della trippa sin dal mattino usciva dalle porte dei locali pubblici o dalle finestre di quelle case in cui la si cucinava per il privato consumo. Anche chi, di palato aristocratico, ne schifava il sapore non si sottraeva all’incanto di quell’effluvio che saturava l’aria, stimolava comunque l’appetito e faceva miagolare i gatti.

Il Kanaus non la conosceva. Ne annusò l’esistenza la mattina del suo arrivo col poco bagaglio che lo accompagnava e il permesso di esibire i suoi giochi d’illusione in un locale del Circolo dei Lavoratori dove l’odor di trippa pian piano ne assediò l’olfatto.
Curioso ed affamato, senza nulla chiedere, come un cane in caccia seguì le invisibili uste che lo condussero dritto dritto dall’Oste Perin cui, con la difficoltà del suo mezzo tedesco e mezzo italiano, chiese notizie circa quello che bolliva in pentola evaporando nell’aria quel profumo.
“Trippen”, rispose ridendo l’Oste Perin.
E fu così che, dopo un sorriso di rimando, l’illusionista Kanaus conobbe la trippa.
Non solo la conobbe in verità, l’apprezzò anche. Dopo una prima scodella quale assaggio ne chiese una seconda per tacitare l’appetito e infine una terza che gli permettesse di gustarla in ogni sua sfumatura.
L’Oste Perin gongolò per la soddisfazione, un ospite straniero che si beava della sua cucina era sempre gran riconoscimento e vanto. Poi, sempre sorridendo e con la terza scodella vuota in mano, commentò che, pur felice di averlo soddisfatto, pregava il cielo che non tutti i suoi clienti avessero un simile appetito poiché sennò in quattro e quattr’otto avrebbe finito la sua scorta di trippa avendone in cambio più di un malumore.
Il Kanaus, godendosi un grappino offerto dalla casa, rispose a sua volta sorridendo.
“Voi ancora credete che ogni cosa al mondo, così come ha inizio, abbia anche una fine. Invece non è vero”.
“Non è possibile”, ribatté l’Oste Perin, il pensiero fisso al pentolone dove la trippa per la serata continuava a borbottare.
“Per un illusionista invece sì”, affermò il Kanaus.
“Vi prendete gioco di me”, osservò l’Oste Perin.
“Non mi permetterei mai”, interloquì il Kanaus, “e per dimostrarvelo ve lo spiegherò immediatamente”.
L’Oste Perin conosceva per caso, principiò a dire il Kanaus, la macchia di Lutero?
“Carneade, chi era costui?”.
L’illusionista sorrise appena, giustificando l’ignoranza del suo ospite. Niente di male, eretici ed eresie facevano bene a non contaminare anime semplici.
“Vi spiego”, disse poi.

Doveva sapere l’Oste Perin che la sua vita errabonda era stata ricca di incontri interessanti, grazie ai quali molto aveva imparato sull’umanità. E gran giovamento ne aveva tratto la sua arte di illusionista, un insegnamento sopra gli altri, è facile illudere chi abbia voglia di lasciarsi illudere. Così era per la macchia di Lutero della cui esistenza era venuto a conoscenza durante un tour in Turingia, passando nei pressi di Eisenach, e apprendendo che in un castello della Wartburg dove Martin Lutero trascorse una decina di mesi, già condannato ma salvo grazie a un falso rapimento organizzato dal principe Federico il Saggio, dove si dedicò alla traduzione del Nuovo Testamento in tedesco sulle tracce della traduzione dal greco al latino che non molti anni prima aveva fatto Erasmo da Rotterdam. Ora, si voleva che durante questo impegnativo lavoro, Mefistofele, Belzebù o chiunque fosse, comunque un diavolaccio dell’inferno, fosse andato a trovarlo più volte per distrarlo dall’impegno e in una di quelle occasioni, travolto dall’ira e desideroso di allontanare da sé una volta per tutto il maligno, il Lutero gli scagliasse contro la boccetta dell’inchiostro in cui intingeva la sua penna. Inchiostro dappertutto, come si poteva immaginare, sui muri della stanza, sul pavimento, sul tavolo di lavoro. Macchie che lentamente si dilavavano mentre invece la loro leggenda si enfiava passando di bocca in bocca e acquisendo una suggestione ineffabile. Ora, in tempi più moderni e più razionali, passate in giudicato le diatribe eretiche e le apparizioni infernali, il castello della Wartburg era divenuto meta della curiosità di molti turisti i quali, pur non conoscendo le vicende umane e intellettuali del Lutero, si dimostravano sempre più interessati a quelle macchie residue dell’inchiostro con cui il diavolo era stato combattuto. Una di quelle soprattutto aveva resistito alle lavature ma minacciava di scomparire a breve, togliendo al castello il suo massimo richiamo qualora fosse scomparsa definitivamente, con l’evidente danno economico, visto che l’ingresso era consentito solo dopo il pagamento di un ticket. Ecco allora che, non la mente eccelsa di uno scienziato, piuttosto quella pragmatica di uno dei custodi, senza dir niente a nessuno, ebbe la pensata di rinfrescare di tanto in tanto quel segno tanto ambito dalla vista dei visitatori, con una passatina di volgare inchiostro di tipografia. Il gioco fu fatto, la macchia non morirà mai, soddisferà per sempre la curiosità di chi passa per il castello solo per lei, l’illusione di poter testimoniare la traccia di un surreale incontro tra l’uomo e il diavolo fu salva.
Lui pure, affermò il Kanaus, davanti a quel segno rimase per qualche secondo avvinto nel mistero di ciò che poteva essere realmente accaduto in quella stanza, e a dir la verità, tanto gli bastò, nulla avrebbe aggiunto il sapere o no, come poi gli raccontò il custode, che quella macchia fosse un giochetto d’illusione.

Così pure l’Oste Perin, al pari del custode del castello della Wartburg, avrebbe potuto impedire che la sua trippa finisse mai, concedendo a tutti i suoi clienti di gustare un piatto della vivanda comme il faut. Bastava, anziché inchiostro, usare acqua per allungare il brodo.
“Acqua”, riaffermò il Kanaus.
Un elemento che, a quanto gli pareva, da quelle parti non mancava proprio.

Andrea Vitali

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