di Gian Marco Walch
IL GIORNO

2017.07.05 Il Giorno.Milano.jpgÈ francamente raro che un assessore, sia pure alla Cultura, presentando una mostra di un pittore evochi un poeta che non sia l’immarcescibile Manzoni. Lode dunque a Filippo Del Como per la citazione di De André: “… per chi viaggia in direzione ostinata e contraria… per consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità…”. Citazione perfetta, valida per l’artista e per la sua esposizione: Giancarlo Vitali e “Time Out”. Dice di sé Vitali: “Per essere davvero se stessi è meglio rimanere nel proprio brodo, senza badare ai padroni del cosiddetto sistema”. E dice della sua mostra, e del dipinto che la riassume: “Un quadro che ho iniziato nel 1951 e che poi ho tenuto da parte. Una lunga pausa, “time out”, appunto”. Una mostra, “Time out”, sino al 24 settembre, che in realtà sono quattro mostre a comporre il progetto curato da Velasco, figlio di Giancarlo, anche lui artista. La “regina”, come si conviene”, a Palazzo Reale: un’antologica di duecento opere, scandite per temi: i tori squartati che ricordano le crocefissioni proprio di Testori, gli echi, ma forse è meglio dire i rimandi a De Chirico e Sironi, ma anche a Rembrandt e Goya, i quadri “lacustri”, di una scuola lombarda tutta personale.

Un “red carpet” la seconda mostra. Nelle Sale Viscontee del Castello: prima un arcipelago di carte bianche sovrastate da matrici in rame, poi 150 incisioni. Terza tappa, al Museo di Storia Naturale, un “corpus” di dipinti e grafiche dedicato a fossili e minerali”, omaggio all’abate geologo Antonio Stoppani. Quarta mostra, ma in altra occasione sarebbe potuta essere prima e unica, la stupefacente “Mortality with Vitali”. Un binomio quasi impossibile il curatore e la sede dell’esposizione: Peter Greenaway, con le sue pellicole da decifrare e la Casa del Manzoni. Lì Greenaway ha ideato scenografie ispirate al lago di Como, tra Vitali e don Lisander, arricchendole di suggestioni suggeritegli del pittore, dai suoi giorni in ospedale: “Ho scelto apposta quella casa borghese, i quadri non devono stare nei musei”.

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