di Simone Mosca
IL VENERDI’ DI REPUBBLICA

Peter Greenaway ha scelto la casa milanese del grande scrittore per la sua installazione sul tema della mortalità. Stanco del cinema? “Macché. Sono io l’ultimo regista”.

2017.06.30 Il Venerdì di Repubblica.jpgMilano. Risuona in letteratura come l’urlo fantozziano liberato nel cineforum esausto, e lo pronuncia uno che a Eisenstein, il regista della Corazzata Potemkin, nel 2015 aveva pure dedicato un film entusiasta: « I Promessi Sposi sono una noia pazzesca!». Manzoni ha sempre diviso i banchi d’Italia, Peter Greenaway invece lo ha letto per lavoro solo di recente e pare che si sia scaldato molto quando gli hanno detto che qualcuno lo paragona ad altri grandi della letteratura ottocentesca: «Balzac? Siete matti?».
E sì che Greenaway, autore difilm come Il ventre dell’architetto o Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante, ha una passione per il Rinascimento e il Barocco, e ai capolavori dei maestri italiani, che l’hanno sempre ispirato nella composizione delle pellicole, ha dedicato anche fortunate video-installazioni. Lo scrittore Manzoni invece non gli va giù. E però lo incuriosisce l’uomo Manzoni. Soprattutto da morto. «Non è sorprendente che la stanza dove è spirato sia ancora intatta?».
A introdurlo a Casa Manzoni è stato l’artista Velasco Vitali, curatore dell’omaggio diffuso che dal 5 luglio Milano tributerà al padre Giancarlo, schivo e geniale pittore 87enne di Bellano, sul lago di Como, scoperto e lanciato da Giovanni Testori nel 1983. E così Greenaway ha progettato a sorpresa un allestimento che, fedele alle sue ossessioni, si intitolerà Mortality with Vitali. Si svolgerà sui tre piani, giardino incluso, di Casa Manzoni, riempiendola di maschere, ampolle mediche, studi di litologia, stendardi funebri. E quadri di Giancarlo Vitali. Un santuario della letteratura italiana violato da un miscredente.

Perché nel frattempo, sui Promessi Sposi, lei non ha cambiato idea…
«Affatto, ho appena compiuto 75 anni, posso permettermi di non dover compiacere nessuno – anche se confesso di non averlo fatto neppure da giovane. E anche se mi rendo conto che definire spiacevolmente noioso The Betrothed, venerato classico italiano, è quel che penso. È una storia direi didattica, sentimentale in maniera grossolana, prevedibile nello sviluppo, consolatoria e devota. Non perché sia cattolica ma perché è artefatta».

Però Casa Manzoni le è piaciuta.
«Non subito. Velasco mi aveva contattato dopo aver ascoltato una conferenza, in cui credo di aver affrontato come al solito il rapporto per me cruciale tra cinema e pittura. Mi ha scritto, ci siamo visti, ho scoperto questo suo strano padre che da un eremo del lago coltiva una solitaria via al dipinto. Mi aveva affascinato anche l’idea che Velasco fosse artista e dovesse curare la mostra del padre, anche lui artista. Uno strano esorcismo da psicanalisi. Così abbiamo girato Milano alla ricerca del posto giusto. Il Castello Sforzesco mi sembrava la solita scatola bianca, il Museo di Storia naturale mi ricordava un negozio di giocattoli. Poi siamo arrivati in questa vecchia casa del centro, un edificio vero, una dimora che era stata abitata. A due passi dalla Scala e dalla Galleria. Rimaneva un problema: a parte una ricca dote di dipinti anche pregevoli, la casa all’inizio mi sembrò noiosa come lo scrittore. Però la varietà degli ambienti consentiva un messa in scena. A partire dalla malattia».

Perché questo amore per la malattia?
«Amore e morte, tutti, dobbiamo morire, tutti nasciamo da due genitori che sono stati insieme almeno una notte. E si ammaleranno o si sono ammalati anche loro. Sono le uniche certezze».

Questo lo dice sempre. Una ragione più circostanziata?
«Perché nel 2003 Giancarlo Vitali fu ricoverato e l’ospedale, da cui alla fine uscì, gli ispirò una serie di Lele molto riuscite, anche spiritose. La reclusione sanitaria ci porta a riflettere sulla mortalità e per certi versi mi pareva che anche Manzoni avesse trascorso in questa casa gli ultimi anni di vita in segregazione volontaria. È chiaro che la pittura di Vitali è anche molto altro. Ci sono nei ritratti degli anni ’70 le caricature di certi stereotipi della classemedia dell’epoca, e per questo ho voluto maschere e costumi cerimoniali. C’è poi quell’amore per la natura, il quotidiano, che va dalla cucina ai paesaggi naturali, che celebro nell’altra sezione. La natura del resto ha deciso di benedire l’Italia migliaia di anni fa e non credo sia un caso che sia stata fatta in Italia gran parte della storia della pittura. È il paese di Pompei, in Inghilterra si dice “Vedi Roma e poi muori”».

È per questo che lei, nato pittore, in Italia torna spesso.
«Non vorrei sembrare troppo generoso, gli italiani sono anche pieni di difetti odiosi, irrimediabili, e si dipinge dall’alba dei tempi, almeno da ottomila anni, anche fuori dall’Italia. Però è vero che qui ho curato progetti dedicati all’Ultima cena di Leonardo, a Lorenzo Lotto, al Tiepolo. E a Vitali adesso, che mi ricorda i pittori su cui mi sono formato quando ero ancora ragazzo. Turner, gli impressionisti inglesi, Francis Bacon e poi Lucian Freud. Tutti sepolti dopo l’avvento della pop art. Sono convinto che presto verranno riscoperti anche dalle nuove generazioni».

Col tempo sembra invece essersi affievolita la sua passione per il cinema.
«Al contrario, sono sempre più consapevole di essere forse uno degli ultimi registi rimasti. Anzi, sono l’ultimo. Il cinema nasce dalla pittura, altrimenti non esiste. Avevo una bisnonna che per dire “andiamo al cinema” diceva “andiamo a vedere le immagini che si muovono”. Non diceva andiamo ad ascoltare le storie, le musiche, i testi o vediamo come va a finire la serie. I testi sono la morte del cinema, agli sceneggiatori sparerei volentieri. Si può anche discutere di Netflix, del cinema sui cellulari, ma gli sceneggiatori sono i maggiori responsabili del declino. Anche Tarantino dice che il cinema non se la passa bene, solo che lo dice per le ragioni sbagliate».

Perché Tarantino ha torto?
«Perché accusa il digitale, gli effetti speciali. Il digitale è invece l’ultima scialuppa, la possibilità di avere nuovi strumenti a disposizione per lavorare sull’immagine. È un colore in più. Io non ce l’ho con la tecnologia, ce l’ho soprattutto con gli scrittori noiosi».

Famiglie d’arte: Milano rende omaggio ai Vitali

A Giancarlo Vitali, nato a Bellano, Como, nel 1929, dal 5 luglio al 24 settembre Milano dedica quattro sedi museali. Il complesso progetto espositivo si intitola Giancarlo Vitali. Time Out ed è stato curato e diretto da suo figlio Velasco, a sua volta apprezzato scultore e pittore. A Palazzo Reale (Piazza Duomo, 12) va in scena una classica antologica, con oltre 200 dipinti che ripercorrono la carriera di Vitali padre, dalle prime tele degli anni ’40, già apprezzate da Carrà, ai lavori degli anni ’80, quelli che più ammaliarono Giovanni Testori. Al Castello Sforzesco (Piazza Castello) padre e figlio si incrociano: un’installazione di Velasco introduce 150 incisioni di Giancarlo. Al Museo di Storia Naturale (Corso Venezia, 55) antichi fossili e ritrovamenti geologici sono i soggetti della serie Le forme del tempo, realizzata da Giancarlo nel 1991, in occasione del centenario della morte dell’Abate Antonio Stoppani, pioniere della paleontologia. Infine l’allestimento Mortality with Vitali: a Casa Manzoni (via Morone, 1) Peter Greenaway ibrida i tre piani della dimora dove abitò e morì l’autore dei Promessi Sposi con l’universo di Vitali. Quadri, oggetti, memorie per spiegare alcune delle ossessioni più estreme del pittore che viene da un altro ramo del lago di Como.

 

 

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