di Gian Marco Walch
IL GIORNO

Dal 5 luglio l’antologica di Giancarlo Vitali

75olrn1uo4fo0tpt2u9o23jr8320170626092256.jpgHa atteso tanto, troppo, Milano per presentare degnamente uno dei maestri lombardi del Novecento: Giancarlo Vitali. Ma ora, dal 5 luglio al 24 settembre, rimedierà con una grande “mostra diffusa” : quattro sedi. Castello Sforzesco: nella Sala Viscontea centocinquanta incisioni, introdotte da un’installazione di Velasco, figlio di Giancarlo, anche lui artista di valore. Museo di Storia Naturale: un “focus” su “Le forme del tempo”. Casa del Manzoni: una “Wunderkammer” firmata dal celebre Peter Greenaway. E infine la maxi-antologica di 200 opere…

E finalmente Palazzo Reale! E finalmente un pittore “reale”, in ambo i sensi…

«Rispetto al senso proprio della parola “reale”, ringrazio di cuore, anche se mi sembra davvero eccessivo. Nella vita ho solo cercato di fare bene l’unica cosa che so fare. La mia aspirazione è sempre stata eseguire il mio lavoro d’artista con la stessa onestà che ha un bravo artigiano. E rispetto all’essere reale nell’altro senso, posso solo dire che io non mi sono mai sentito un pittore della realtà. Un artista, un pittore parte dalla realtà ma la reimmagina, la trasforma».

Anche l’ultimo pittore, per citare Sgarbi…

«Il giudizio è lusinghiero e anche qui credo esagerato, ma se Sgarbi intende dire che sono forse l’ultimo a essersi dedicato integralmente alla pittura senza alcun ostacolo mentale o culturale frapposto, non so, forse sì. Me lo dica lei».

Pittore, “bellanasco”, quindi lombardo. Per lei hanno parlato di “scuola lombarda”. Personalmente non mi pare…

«Io sono lombardo, come negarlo, e rispetto alla pittura ho certamente avuto negli occhi la grande tradizione lombarda, ma poi io sono andato sempre avanti per conto mio. La mia accademia è stata la cucina di mia madre, i pesci, le uova, e poi la carne. Invece il paesaggio mi ha interessato poco. Anche se sono visceralmente legato al lago. Non avrei mai potuto vivere altrove. Se non avessi fatto il pittore, forse avrei fatto il pescatore come mio padre».

Lei dipingeva anche dieci quadri al giorno. E ora? Ieri?

«La mia vita è stata tutta imperniata sulla pittura: ho sempre dipinto persino di notte, con la mente. Lavorare è sempre stato un divertimento. Ora invece di notte sogno. Sono cinque anni ormai che non dipingo sul serio. Anche se io, in fondo, dentro di me, ho ancora voglia di dipingere. La vena, come la chiamava Testori, forse si è esaurita. O è rimasta intrappolata nel comodino dell’ospedale».

“Time Out”: perché un titolo “modernista” per una pittura così classica?

«La mia pittura, in effetti, può sembrare fuori tempo. Ma io in realtà mi sono sempre tenuto fuori dalle mode, dalle tendenze. Tutto il mio lavoro è figlio di un profondo senso di libertà. E di un desiderio di pittura vera. Mi sono ritirato in casa, a Bellano, per dedicarmi alla pittura senza farmi influenzare. Dunque si può affermare che tutto il mio tempo di pittore è stato un tempo sospeso. Una pausa. Che poi è anche il titolo del quadro scelto da Velasco come immagine per questa mostra: iniziato nel 1951».

Più spontaneo il rosso del sangue o il rosso di una rosa?

«Ho sempre cercato la spontaneità. E la cosa più importante per me è sempre stata quella di stendere una pennellata per quanto possibile “fresca” e definitiva. Il colore per me dev’essere quanto più possibile puro e non mescolato. Che si tratti di un pezzo di carne o di una rosa».

Ma lei è un pittore di breva o di tivan?

«Il mio amico Andrea Vitali anni fa ha scritto anni fa che il vento, soffiando dentro e fuori di me, “disordina la mia emotività”. Non posso che essere d’accordo».

Testori, il suo scopritore, era un artista, o forse, meglio, un uomo, “profanamente sacro”. La sua pittura: sacra o profana?

«Per me dipingere il volto, la testa di un uomo è come toccare la totalità. Allora qui forse la distinzione fra sacro e profano non c’è. Quello che io ho cercato di fare con la mia pittura è stato restituire le mie emozioni. E nessun’altra cosa mi ha mai dato emozioni più di un viso. Ma non ho fatto solo ritratti. Con la mia pittura ho cercato di raccontare un pezzo di storia, soprattutto pescando tra la “normalità” della gente comune. E’ pittura sacra o pittura profana?».

Il suo rapporto con Velasco?

«Quando ha iniziato a dipingere, mi stupiva il fatto che Velasco non volesse imitarmi. Avrei magari voluto che mi chiedesse consigli. Invece ha lavorato sempre da solo, e naturalmente bene ha fatto. Posso quindi dire che per quanto riguarda il mestiere di pittore, di artista, Velasco non ha appreso niente da me. L’unica cosa che spero di avergli insegnato è essere onesto. Come curatore di questa mostra, ha tutta la mia fiducia».

E con Andrea?

«Io e Andrea siamo legati ai nostri luoghi nello stesso modo, con la stessa sensibilità. Nonostante la differenza d’età, abbiamo di fatto camminato sullo stesso binario. Del suo narrare apprezzo soprattutto la grande umanità, il pudore dei sentimenti. Dal qualche anno il binario è diventato una collana di libri che con l’uscita di “Dato il mortai sospiro” ne conta 18!».

 

 

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