di Gianluigi Colin
CORRIERE DELLA SERA

2018.07.26 Corriere della Sera_intero

Maestri. Si è spento a 88 anni, nella sua casa di Bellano (Lecco), uno dei grandi irregolari del mondo.

Talento purissimo, scoperto per caso da Testori, la pittura tra sofferenza e ironia.

Se n’è andato ieri pomeriggio, mentre il sole cominciava a calare sulle acque del suo lago. Giancarlo Vitali si è spento nel sonno a 88 anni nella sua casa di Bellano, proprio sotto il suo studio ricolmo di dipinti e da cui non si è mosso per tutta la vita: è sempre stato ancorato alla sua natura schiva e in qualche modo solitaria e anche per questo ha speso la sua vita di pittore nella narrazione del suo microcosmo che diventava grazie alla sua pittura un universo aperto, carico di messaggio universale, quello della vita autentica, semplice e che lui sapeva raccontare con una potenza pittorica straordinaria, rapidissima e fluida, talvolta densa di una ironia malinconica, ma sempre avvincente, inaspettata.
Non a caso, i suoi soggetti sono sempre stati gli uomini e le donne del suo borgo: il farmacista, il prete, una donna intenta a spennare un pollo, la banda del paese. Ritratti potenti di una umanità umile, silenziosa, spesso dimenticata, ma straordinariamente viva e consegnata a un tempo sospeso grazie a una pittura così nobile, che Giovanni Testori definì di «materico splendore».
Fu proprio Testori a scoprirlo dopo aver visto per caso la riproduzione di un suo quadro. Volle incontrarlo, passarono molte giornate insieme e furono subito condivisioni di emozioni. Ne nacque una recensione apparsa sul «Corriere della Sera» del 1984: «Avanti ai nostri occhi increduli, esaltati, ed esterrefatti, i fasti, ecco, sì, i fasti, d’una pittura sontuosa e trionfante di sughi, succhi, rapine cromatiche, carnali ascendenze e debordante, sempre, di fiumi di rose, di peonie e di sangue; una pittura della quale, fin lì, non avevamo avuto notizia che tramite una fotografia».
E la pittura di Giancarlo Vitali racconta davvero «I fasti di una pittura sontuosa», una pittura nata apparentemente dal nulla se non per il dono del talento calato dal cielo: figlio di una famiglia di pescatori, Giancarlo Vitali, si è scoperto pittore suo malgrado, animato dalla necessità della pittura come forma di vita, come urgenza primaria, come bisogno interiore. Vitali, ha sempre dipinto per se stesso, assecondando soltanto la sua natura schiva, non diversa da chi vive da quelle parti e sa di essere in un luogo marginale e lontano dal potere delle grandi città, ma possiede soprattutto il privilegio di un contatto privato con la Natura, con la silenziosa forza del lago e i suoi temporali, con la meditazione dello sguardo delle montagne che donano senso di stabilità, ma anche funghi e castagne.
Il suo mondo era fatto di cose semplici: un girasole, un gatto, un piatto ricolmo di pesci, un coniglio scuoiato, il tavolo alla fine di un banchetto. In un lontano testo Antonio Tabucchi traccia un ritratto poetico del suo lavoro: «Personaggi e situazioni dell’animo, in transito verso luoghi ignoti, sorpresi dalla luce abbagliante dell’arte. Non la luce fluorescente dei tubi al neon dei video games, ma quella che, come dice un verso di Montale, candisce uomini e cose in un’eternità d’istante».
Fino all’ultimo, Giancarlo Vitali ha difeso il «dovere» della solitudine, della lontananza dal clamore. Dell’arte e da tutto il resto. Tutto questo lo ha reso a suo modo unico. Unico anche per la sua capacità di vivere una «sola moltitudine»: per mantenersi ha abdicato alla sua identità realizzando migliaia di quadri interpretando autori diversi. Una sfida con se stesso e il mondo. Una storia da romanzo. I pochi che lo hanno conosciuto lo amavano. Ma era sicuramente ignorato dallo spocchioso mondo dell’arte contemporanea che lo riteneva un artista del passato.
Qualcosa è però cambiato esattamente un anno fa, quando, nel luglio dello scorso anno, Velasco, figlio di Giancarlo, anch’esso pittore e scultore, ha deciso di fare i conti con la propria storia personale (e con il valore della pittura in un tempo in cui la pittura sembra rinnegata) organizzando una imponente mostra dedicata al padre e che riportava il titolo Time Out, quasi a voler sottolineare un tempo sospeso sul senso della pittura e anche sul dialogo tra un pittore padre e un pittore figlio.
Così quattro importanti sedi espositive di Milano come Palazzo Reale, il Castello Sforzesco, il Museo civico di storia naturale e Casa Manzoni, hanno ospitato una prima grande retrospettiva dedicata all’opera pittorica e grafica di Giancarlo Vitali.
Qui è stata finalmente resa pubblica la potenza e la vastità dell’intera sua produzione: una pittura che sembra avere come compagni di strada Goya, Rembrandt, Soutine, sino a Lucian Freud, in un corpo a corpo col dipingere e dove si coglie una intera vita avvolta dalla sofferenza, ironia, piacere, turbamento, anche da una irrefrenabile euforia.
Per l’occasione anche un co-autore d’eccezione. Peter Greenaway, ha voluto mettere in scena un inaspettato e intimo dialogo tra la memoria del luogo dove ha vissuto Alessandro Manzoni e le visioni di Giancarlo Vitali. A ripensare a quella potente installazione che coinvolgeva tutti gli spazi di Casa Manzoni e che, tra i quadri realizzati durante una lontana degenza, riproduceva una corsia di ospedale, tutto appare oggi come una drammatica profezia, o forse, una inconscia volontà di esorcizzare una fine che si sapeva sarebbe dovuta inevitabilmente accadere.
Forse, anche per questo, lo spirito ribelle di Giancarlo si è rifiutato fino all’ultimo di venire a vedere le quattro mostre che racchiudevano la sua intera esistenza. E forse doveva fare i conti con la fragilità delle sue emozioni, sotto la scorza dura dell’uomo tutto d’un pezzo. Solo pochi giorni prima della chiusura, ha ceduto alle pressioni di tutta la famiglia ed è finalmente andato a Palazzo Reale. Nel rivedere la sua intera esistenza installata in una mostra monumentale Giancarlo Vitali appariva come sopraffatto ma al figlio, che sulla mostra aveva lavorato per anni, lì per lì non ha detto nulla. Solo nella notte, nella solitudine e il silenzio della sua casa, ha voluto scrivere la prima mail della sua vita, quasi a voler affidare a una estranea tecnologia la sacralità di un messaggio che recitava così: «Grazie Velasco, mi hai fatto piacere anche i miei quadri».

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