
Non posso dichiarare l’anno di questa avventura montana del cardinale. Mi sono imposto infatti di non fare ricerche al proposito onde non distrarmi e avere per guida solo la suggestione della passeggiata in montagna, i profumi di prato, il lontano muggire dei pascoli. Arguisco quindi che il prelato, anche solo per il fatto di essere cardinale, avesse la sua bella età e che non fosse più agile come un camoscio, benché la salita, come detto, non fosse delle più impegnative. Sta di fatto che, la cima del monte in vista, il cardinale avvertì la necessità di una terza gamba per compiere l’ultimo tratto, un bastone che gli servisse da appoggio e con il quale spingersi avanti. Si può immaginare la quantità di arti superiori che si allungarono per offrire il proprio bastone: tra i tanti, uno solo fu il prescelto. E, una volta restituito al donatore, come si può facilmente immaginare, divenne sorta di oggetto di culto, conservato al pari di reliquia, mostrato per la meraviglia dell’ospite quasi a indicare la santità della casa che lo conteneva.
Anni, molti anni più tardi, un giovane sacerdote comandato a compiere la sua missione da queste parti e in quel paese di montagna ancora popoloso, curioso del fatto nella sua sete di sapere, va a conoscere i suoi nuovi parrocchiani uno per uno, casa per casa. E in ciascuna gli viene mostrato il “santo bastone” che accompagnò il cardinal Ferrari negli ultimi passi verso la cima del monte Muggio. Al termine della visita il giovane sacerdote aveva contato una trentina di quei bastoni, una trentina di nomi di nonne o bisnonne autrici della generosa offerta e ripagate con quel santo ricordo. Ma non sorrise per quel desiderio, o piccola vanità, di voler essere i prescelti, essere primus inter pares. Nonostante la giovane età, già sapeva che la santità è nelle intenzioni e non ha alcun bisogno di bastoni che la sorreggano.
Andrea Vitali
