di Fabio Francione
IL CITTADINO
Da qui, quei numeri talvolta meravigliosi che Greenaway sa ancora strutturare in site-specific (ecco il caso) o in video-installazioni (la partecipazione al Padiglione Italia curato due Biennali fa da Vincenzo Trione). Dunque in prospettiva storica le nature morte di Vitali, disseminate nella stanze manzoniane, collegano il genere di pittura a quella linea lombarda che parte dal Ceruti e da Baschenis e arriva fino agli esiti inediti e alti del ‘900, più lontano dall’ufficialità dei movimenti post-avanguardistici. E per Vitali si può parlare di consapevole isolazionismo, anche quando tenta un’interpretazione sui generis di soggetti privati come gli sposalizi, i funerali, le processioni di paese. Ed è forse ciò che ha suscitato l’interesse di Greenaway, una volta contattato da Velasco. Ma il regista non si ferma alla tela: scrutando nelle pieghe della biografia di Vitali trova una smagliatura che non tenta di riparare, ma anzi ne allarga la lacerazione rappresentata dalla malattia che costrinse il pittore di Bellano a una lunga degenza ospedaliera. Ecco la trasformazione di singole opere in una successione di eventi narrativi che hanno lo scopo di raccontare una storia, piccola o grande poco importa, ma esemplare nel farsi arte universale.
