Ken Scott, il gastronomo della moda

di Elisabetta Pagani
LA STAMPA

Era un tipo stravagante Ken Scott. Amava avere ospiti ma anche potersene non curare, al punto da lasciarli soli nel momento dei saluti. Raccontano che abbia realizzato una sua copia a figura intera – con la mano sinistra appoggiata sul fianco, la destra alzata e aperta e un bel sorriso stampato sul volto – proprio perché facesse le sue veci con gli invitati in uscita. In piastrelle di ceramica, è incastonata nel muro di quella che fu la sua villa a Èze, in Costa Azzurra.

Ce n’è però un’altra, identica, che saluta i visitatori della mostra «Eats&Drinks&Pizza», curata dall’artista Velasco Vitali e allestita fino al 14 marzo nello spazio «Il Circolo» di Bellano, sul Lago di Como, che esplora un lato inedito – legato al cibo – dello stilista che fu definito «il giardiniere della moda». Già all’ingresso si viene travolti da una valanga di fiori colorati. Il cortile allungato che conduce all’unica sala dell’esposizione ricrea infatti il ristorante che lo spumeggiante e visionario George Kenneth Scott (Fort Wayne, 1918-Èze, 1991) aprì a Milano nel 1969. Fu una novità assoluta, il primo locale firmato al mondo, con grafiche, arredamento e persino posate disegnate dallo stilista/designer in persona, che a volte si metteva perfino ai fornelli. Non durò molto.

Star e principesse

Un classico di Ken Scott. Piombare in mondi nuovi – dall’arte alla moda, dal design alla ristorazione – con un’idea popolare che anticipa i tempi. Diventare famoso. E poi sparire. «Un pioniere assoluto con il karma dell’insuccesso» sorride Vitali, pittore e scultore di mestiere e qui in veste di curatore. Tutti ricordano i disegni dei tessuti che rendono noto Scott in tutto il mondo: quei colori euforici, quelle geometrie ipnotiche che verranno tanto imitate, quegli elementi così quotidiani – fiori, conchiglie, maccheroni – resi eleganti al punto da vestire dive e principesse come Brigitte Bardot, Jackie Kennedy, Ira von Fùrstenberg.

Per Dino Buzzati era «il maestro dei fiori stampatissimi» che «aristocraticizza anche i fiori di campo». Ma se tutti ricordano – su foulard, abiti e borse ancora oggi modernissimi – le sue fantasie fatte di rose, papaveri e girasoli, un inno pop alla natura che segna gli Anni 60 e 70, meno si conosce la sua passione per il cibo, indagata dalla mostra di Bellano.
Il pezzo forte è una serie del 1983, inedita, dedicata alla pizza: tempere su carta mai viste prima dedicate al simbolo della cucina italiana declinato in quindici versioni, dalla classica Margherita alla frutti di mare. «Non si sa per chi le avesse create né con quale scopo – spiega Vitali – ma vederle emoziona». D’altronde, ingredienti e piatti della cucina italiana – come rivelano le opere esposte, provenienti dalla Ken Scott Foundation – l’hanno sempre ispirato e divertito.

Strofinacci e sfilate-spettacolo

Sulle pareti sono appese le tavole originali (Anni 70-80) delle sue serie per gli strofinacci Zucchi: pane, formaggi, pasta, vini, salumi. Ci sono poi quadri, vestaglie e trapunte punteggiati da fragole e ciliegie. E l’abito con i maccheroni su sfondo nero che sfilò al Piper.
«Ken Scott fu un pioniere anche in questo – commenta Vitali -. Fu il primo a portare la moda fuori dai suoi spazi. Le sue collezioni sfilarono in un palasport, sotto la tenda di un circo e al Piper». Nel cortile della mostra, che confina con gli ArchiViVitali che raccolgono le opere di Giancarlo e Velasco Vitali, si possono vedere le ironiche scenografie della serie «Roma da mangiare», che l’artista americano creò per la sfilata-spettacolo nella discoteca simbolo degli Anni 60.

All’inizio Scott si dedicò all’arte come pittore, ammirato anche da Peggy Guggenheim. Poi, in un momento di difficoltà economica, nel 1946, decise di mollare e passò ad altro, senza rimpianti. «Un giorno cominciai a disegnare tessuti – spiegò semplicemente – quella fu la fine della mia carriera di pittore». Con enorme successo anche se, ricorda oggi il curatore della mostra, «la sua opera è assente dai guinness dei riconoscimenti. Per questo abbiamo puntato su di luì – conclude -. Bellano è un luogo che sta ai margini e Ken Scott aveva lavorato con le seterie comasche (Mantero gli ha da poco dedicato una serie numerata di foulard, ndr.). Volevamo raccontare un artista straordinario che è stato in parte dimenticato.

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