(1977) Oil on Board 39 x 19cm (15.4 x 7.5")La fretta è una cattiva consigliera.

Non avevo puntato la sveglia. Mi svegliai con la precisa sensazione di essere in ritardo. Era così. Feci tutto di fretta. Troppo. Ma non avevo alternative. I ritardi sul posto di lavoro non erano consentiti. Non era questione di beccarsi una multa, una sanzione, una lavata di capo. Magari. In ballo c’era di più, lo stesso posto di lavoro. Dove lavoravo si poteva arrivare in ritardo una sola volta, l’unica. La carriera finiva lì, per colpa di un solo ritardo. Non entravi più nell’edificio. La chiave elettronica che ciascun dipendente aveva si smagnetizzava grazie a un segnale remoto, rendendola inutile. Restava un ricordo del lavoro perduto. La liquidazione arrivava puntuale tre giorni dopo.

Come avessi potuto dimenticare di attivare la sveglia non lo so. La fretta immagino.

Avevo fatto tardi, avevo fretta di infilarmi a letto e dormire qualche ora. Era andata così. Inutile ripensarci.

È andata che ho perduto il lavoro. Non solo.

Uscii di casa con la cravatta che mi pendeva dal collo. Mi ero dato giusto una sciacquata alla faccia. Ero in ritardo e presi la macchina anziché un mezzo pubblico come ero solito fare. Con la macchina avrei fatto prima. Di solito usavo i mezzi per risparmiare. La strada era libera, il traffico congestionato delle prime ore del mattino si era risolto. Ne fui abbastanza contento, pure essendo un segno del mio ritardo. Ma potevo recuperare. La cravatta me la sarei annodata sull’ascensore, salendo verso il mio ufficio. Accesi la radio poi la spensi. Alcune donne erano già in giro per spese, vidi la striscia di un aereo in cielo, la maggior parte della vita era rinchiusa tra le mura di scuole, fabbriche, uffici. Vidi all’ultimo momento la paletta di un poliziotto agitata verso di me. Mi dovetti fermare. Guardai l’orologio della macchina. Avevo un discreto margine, non dovevo perdere tempo. Lo dissi all’uomo in divisa. Disse che mi avrebbe fatto perdere il tempo strettamente necessario a un controllo. Lo ringraziai anticipatamente mentre estraevo i documenti dell’auto e la patente.

Mi hanno fermato poche volte nella mia vita. Conosco più o meno la procedura. A quanto ne so quelle pattuglie hanno bisogno di collezionare un certo numero di controlli, anche loro avranno regole, punizioni se non le rispettano eccetera. Di solito grazie a un computer verificano lo stato del fermato e basta.

Non avevo pendenze, multe non pagate, infrazioni contestate, cose del genere. Tuttavia il poliziotto dopo aver dato uno sguardo alla patente mi fissò. Il suo collega era pronto al computer. Notando che il partner non si muoveva lo richiamò con un fischio. Quello distolse un momento gli occhi da me e in risposta scosse la testa. Poi tornò a guardarmi. Girò la patente verso di me. Fu un gesto che sulle prime non compresi. Mi aiutò il poliziotto a farlo.

Disse: “Non è Carnevale”.

Allora mi divenne chiaro. Mi guardai nello specchietto retrovisore. Stentai quasi a riconoscermi. Tornai a guardare il poliziotto. Dissi che era stata la fretta. Parlai rapidamente, come se avessi paura. In effetti cominciavo ad averne. Circolavano molte storie circa coloro che uscivano di casa, si mostravano in giro senza la maschera che ci veniva data al momento della nascita e ci accompagnava per tutta la vita. Solo il giorno di Carnevale la legge ci consentiva di toglierla. Non era obbligatorio. Pochi però riuscivano a resistere alla curiosità di vedere che faccia avessero. Quale fosse la faccia che compariva sulle schede anagrafiche, le uniche utili a capire chi ci fosse sotto la maschera. Pochi riuscivano a resistere alla curiosità di vedere per un giorno che faccia avessero la propria moglie o i propri figli o gli amici, i conoscenti.

Carnevale non era un bel giorno. Era un giorno di confusione, di paura, a volte di terrore vero. La cosa più difficile era convincersi che colui o colei che avevamo davanti fosse davvero quello o quella che divideva la vita, la casa, i giorni con noi. Carnevale era un giorno di confusione estrema, la maggior parte di noi non vedeva l’ora di rimettersi la maschera e ritornare alla normalità. Le ore di Carnevale erano domande continue. Risposte continue. Chi domandava riceveva risposte sempre più particolareggiate, volte a convincere l’altro della propria verità. Poi toccava all’altro domandare, confrontare esperienze comuni, spremersi in banalità sempre più sconcertanti per convincersi che nessuno stava ingannando nessuno. Tutti volevano la certezza.

Mia moglie era più bella con la maschera. Ogni anno cambiavo le domande per assicurarmi che quella donna che avevo davanti fosse proprio quella che avevo sposato. Nel corso del tempo le chiesi di tutto. Quanti cessi avevamo in casa, quanto avevamo speso in albergo la prima notte di nozze. Se si ricordava della mattina che avevo messo un calzino di un colore diverso dall’altro. Non era mai successo, e rispose esattamente. Il numero di figli che desideravo mettere al mondo. Il nome del mio insegnante di statistica.

Era lei, non potevo avere dubbi. Il dubbio spariva quando finiva Carnevale e ci rimettevamo la maschera.

A Carnevale qualcuno impazziva. Capitava soprattutto ai vecchi senza compagnia, che avevano solo uno specchio da interrogare. Impazzivano facendosi domande e dandosi risposte.

Il poliziotto mi chiese cosa mi fosse venuto in mente, uscire di casa senza la maschera.

Dissi: “È stata colpa della fretta, della paura di perdere il lavoro”.

Disse: “Non è Carnevale”.

Dissi: “Lo so, ma se non mi lascia andare perderò il lavoro”.

Disse: “Non è questione di perdere il lavoro adesso, venga con me”.

Andrea Vitali

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